Ci rifugiamo nel romanzo per nascondere la freddezza di certi passaggi che la realtà ci costringe a guardare. Usiamo, allora, filtri coscientemente colorati e spropositatamente soffici, usiamo scalpelli che non penetrano decisi. Il romanzo non racconta mai la realtà. Ma è anima che modella storie e non ne possiamo fare a meno. Come in questo caso.
Egidio Carcangiu è un altro protagonista – suo malgrado – di questa storia senza colori. Ma con molte parole. Troppe probabilmente. E lui ne ha tante da sbriciolare. Mi dicono che d’estate, quando passano i turisti a Sadali, li ferma gentilmente e comincia a chiacchierare. Gli offre il suo piccolo libro da acquistare e racconta la sua tragica odissea di diciassette anni di carcere e della sua innocenza. Tutti lo ascoltano in silenzio, alcuni acquistano il libro e poi via, ingoiati da una natura bellissima, quasi mozzafiato, dentro le curve della Barbagia di Seulo a guardarsi intorno e a chiedersi se quell’uomo dagli occhi forti e intensi abbia raccontato la verità.
Anche io.
Eravamo rappresi dentro sguardi intensi tutti a cercare una risposta che sapevano di non avere. Meglio, non era una risposta certa. Ma aleggiava nelle parole non soppesate, nei rumori delle pagine che i libri producevano. Il mio e il loro. Entrambi ci eravamo occupati del sequestro Bussi. Entrambi eravamo giunti ad una identica conclusione. Non c’era una verità e non c’era, addirittura, una verità processuale.
Avevamo saccheggiato la sentenza, raccolto articoli, curiosato tra gli anfratti dei cavilli, ma la soluzione non l’avevamo trovata. Solo piccole e incostanti verità che si perdevano dentro parole scritte e raccontate male. Mi piace il titolo del loro libro. Nasconde, dentro di se, molte sfaccettature che si sono incontrate dentro questa storia: un crocevia di situazioni, di modi di vedere le cose, di rinvii, di ripensamenti, di pentimenti. Tutto dentro una storia maledetta.
Ecco cosa non ci siamo detti con Velio, Giuseppina e Maria Antonietta che si era innamorata di questa storia.
Non avevamo niente da aggiungere.
Perché avevamo capito tutto.
Ma noi, almeno in questo caso, non emettiamo sentenze. E dunque, quello che ci siamo detti dentro i nostri silenzi non hanno, apparentemente, nessun peso specifico. Ma rimangono dentro le nostre facce e, segretamente dentro i cassetti della nostra memoria. E fanno un piccolo rumore. Come la storia di Egidio Carcangiu.
La cosa che colpisce è la nitidezza dei ricordi. Sembra di essere su una scena che mentalmente lui rivede e ripropone a qualsiasi interlocutore. Sempre uguale, sempre quella. Mi piace quel suo sorridere con gli occhi, quel suo ricercare le mani delle persone. Quella sua attenzione quasi spasmodica per i particolari, quel racimolare attentamente piccoli episodi e incorniciarli dentro un racconto denso, forte, cattivo e duro.
Lui dentro quella storia c’è stato. Anche se non avrebbe mai voluto avere un ruolo, anche se non avrebbe voluto interpretare neppure il ruolo di comparsa. Ma il destino decise di bussare in una notte d’acciaio e ferro. In una notte oleosa e sporca, dall’odore acre di copertoni che stridono. In una notte fredda e desolata, che non sarebbe uscito nessuno se non fosse per lavoro. In una notte di lupi e di volpi, di civette e di occhi scolpiti in un buio nero come un mare che si sente soltanto. Dentro quella notte Egidio Carcangiu non aveva voglia di uscire e di vedere gente. Stava a casa, come molti sadalesi. Stava a casa perché il 19 dicembre solitamente, da quelle parti si stava a casa, perché anche nel 1978, crocevia di stragi e di sangue, stava per arrivare Natale.
Egidio Carcangiu – La cosa giusta.
Uno aspetta il Natale chiuso in un anno infame. Che non mi aveva intimorito a dire il vero. I rumori degli attentati dei terroristi da queste parti non arrivavano. Piuttosto qualche abigeatario, qualche pecora che spariva., qualche confine che si allargava. Come tutti gli anni, tutti i mesi, tutti i giorni. Da sempre in questa strana isola. E, invece del Natale che sarebbe sopraggiunto tra qualche giorno, mi vedo arrivare le divise nere, dentro una serata oscura, che bussano ed entrano e mi prelevano, a me e a Antonio Cau.
Entrambi di Sadali.
Un paese che non aveva neppure i ferri necessari per arrestare. Perché questo, all’inizio è stato. ------------->>>>