Avevo 16 anni e leggevo Cesare Pavese e Pier Paolo Pasolini. Il 13 marzo 1975 era, per me, un giorno come gli altri, passato tra i banchi delle scuole superiori. Avevo scoperto De Gregori e De André, mi piaceva scrivere qualche poesia. Ero il classico adolescente un po’ disamorato di tutto e innamorato di me stesso. Ero, dunque, un ragazzo normale.
Quel giorno, a Milano, dei militanti di Avanguardia Operaia, un gruppo di sinistra extraparlamentare, avevano delle chiavi inglesi tra le mani. Si avvicinarono a un ragazzo di 18 anni, solo due anni più grande di me, e decisero di massacrarlo. I colpi ricevuti alla testa lo ridussero in condizioni gravissime e, dopo 47 giorni di agonia, esattamente il 29 aprile 1975, Sergio Ramelli morì.
Era iscritto al Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, il partito di Almirante. Avevo 16 anni e quella storia, in qualche modo, mi sfiorò. Partecipavo, a quei tempi, a delle riunioni presso la Lega dei Comunisti, un gruppo vicino a Democrazia Proletaria.
Erano anni in cui ci si doveva schierare e dividere per forza. Erano anni tosti, cupi, cattivi. E anche stronzi. Erano anni in cui nelle radio libere di sinistra non poteva passare Battisti, considerato fascio, Baglioni e Tozzi, dei borghesi servi del sistema. Era una sinistra così. Quella fuori dai partiti, quella dei gruppuscoli ideologizzati, cresciuti a pane e miti mai conosciuti del tutto.
Avevo 16 anni e non avevo letto Il Capitale di Marx, e non lo lessi negli anni successivi. Non ho mai partecipato a una spedizione punitiva, non per vigliaccheria, ma perché l’ho sempre considerata una cosa indegna e infame. Non sono mai finito, nei cortei, a urlare contro i poliziotti. Me ne vergognavo.
Leggo oggi di un paese pugliese, Nardò, dove è stato deciso di intitolare una via a Sergio Ramelli, il ragazzo morto il 29 aprile del 1975. La Cgil di Lecce ha subito diramato un comunicato in cui ritiene che l’intitolazione sia vissuta come un’onta toponomastica che presta il fianco al revisionismo storico. «Una città che è medaglia d’oro al merito civile per aver accolto i reduci dei campi di concentramento nazifascisti non merita questa ulteriore umiliazione».
E io, sinceramente, non capisco. Non lo capivo nel 1975, lo capisco ancor meno oggi. Che senso ha continuare a umiliare un morto che non aveva commesso nessun reato, se non quello di aver effettuato una scelta diversa da qualcun altro? Che senso ha avuto il suo massacro? Il suo e quello di altre ragazze e ragazzi di destra e di sinistra, uccisi per una follia ideologica?
Avevo 16 anni nel 1975. In quei miei 16 anni non c’è il ricordo di Sergio Ramelli, ma c’è quello di Giorgiana Masi, per esempio, uccisa a Roma il 12 maggio del 1977 da una pallottola alla schiena, probabilmente dalla polizia; ricordo Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio, uccisi la sera del 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, uccisi a pochi passi dal centro sociale del Leoncavallo, uccisi da persone della destra eversiva.
Ecco, forse intitolare una strada alle giovani vittime di quella follia può servire a ricordare, a rammentare l’assurdità di quegli anni, ad uccidere o sprangare solo perché si stava dall’altra parte della barricata.
Io non conoscevo Sergio Ramelli. Io avevo, a quei tempi, 16 anni e lui quasi 19. Amavamo leggere, ascoltare musica, dire cazzate. Non avremmo meritato la morte né io, né lui. Né nessun altro.
Lasciate che Sergio Ramelli, attraverso quella via, ci ricordi i nostri errori. Ve lo dico dall’altra parte della barricata che, a 16 anni, ritenevo quella giusta.
Questo articolo è stato scritto il sabato, Dicembre 27th, 2025 at 20:41
È possibile seguire tutte le risposte a questo articolo tramite il RSS 2.0 feed.
Tags: anni di piombo, fascismo, fausto e iaio, giorgina masi, giustizia, sergio ramelli, terrorismo
Posted in: Blog
