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Risposta a Paolo Ruiz all'articolo su Repubblica 3/8/2011, a proposito dell’Asinara

Risposta a Paolo Ruiz all’articolo su Repubblica 3/8/2011, a proposito dell’Asinara

Ho sempre amato Paolo Rumiz e il suo gusto per raccontare il viaggio quello che, per dirla con Saramago, non è mai definitivo. Ecco, questa sua leggerezza, mista ad una pignoleria che Rumiz pone sull’attenzione alle piccole cose, mi ha semp…re entusiasmato e da anni lo seguo, nei suoi viaggi in Italia e nel mondo. So – e lo so perché ho viaggiato – che gli sguardi hanno orizzonti diversi e ognuno di noi, quando guarda, quando assapora i colori e la gente e gli umori, lo fa con la sua personalissima valigia delle emozioni.

Sua e di nessun altro.

Sapevo, dunque, che il viaggio all’Asinara era un banco di prova non per Rumiz, ma per me e chi per come me, in quell’isola c’era stato. La prima parte del racconto è molto bella e affascinante. Rumiz ci strasporta con la consueta leggerezza e densità verso i luoghi di una memoria scomparsa. Lo racconta molto bene il silenzio e lo mischia con il mare. Poi, verso la fine diventa giornalistico, didascalico e prova a raccontare cose che “qualcuno” gli ha riportato ma rimane scrittore e non pensa, come dovrebbe invece fare il giornalista, di verificarle. Non lo fa e quindi scrive che ci fu “lo sgombero forzato del 98 e che aveva lasciato segni terribili. Vetri e materassi sfondati, mobili a pezzi, nidi di colombi. Per terra sacchi della posta, un gatto morto, schedari…. Non era un semplice abbandono., era una furia demolitrice.” Mi chiedo: è lui che vede questo o gli viene raccontato? E’ importante ed è la differenza sottile che esiste tra il giornalista e lo scrittore. Se Rumiz ha licenza poetica va bene, ma se voleva soffermarsi su una visione molto negativa una cosa la deve spiegare, molto semplicemente: pensa, davvero che i nidi di colombo, il gatto morto siano lì dal 1998?. E se ci sono ancora schedari vetri e materassi sfondati, possibile che con tutti i progetti e i finanziamenti ottenuti per la bonifica, in tredici anni l’ente parco non sia riuscito ad eliminarli? Ma poi, perché si continua a raccontare la favola (meglio, chi è che la racconta?) che ci fu lo sgombero forzato? Sarebbe anche abbastanza paradossale, visto che lo Stato non sfratta se stesso. Ci fu la chiusura e fu decisa per tempo. “28 febbraio 1998”. Ci furono dei problemi, è vero, ma nessuna forzatura. La chiusura dell’Asinara fu vissuta con tristezza o con gaiezza ma non come una forzatura. Le guardie, al momento dello sfratto (nessuno è stato sfrattato ma è stata applicata semplicemente una legge) non pensarono: “Se questo posto non possiamo averlo noi, non sia nemmeno di altri”. E’ poeticamente forte ed è molto attraente l’idea che in quattro si suicidarono tra guardie e detenuti. Ma è un romanzo, non la realtà. Ecco dove non capisco Rumiz: questa è una bufale bella e buona e non serve per comprendere il perché l’Asinara fu fatta a pezzi. Ma non dagli agenti, bensì dai signori del parco che, ancora oggi lasciano un’isola in condizioni davvero devastanti. Sono loro che hanno costruito un deserto e lo hanno chiamato Parco. Rumiz non ha visisato l’Asinara quando c’era il carcere. Avrebbe avuto, sicuramente, altre percezioni.

Mi è sempre piaciuto Rumiz e continuerò a leggerlo, ma è molto bravo quando ci racconta il viaggio e l’armonia delle cose, degli accadimenti, dei sogni,dei rumori e dei silenzi. Un po’ meno bravo quando prova a fare il giornalista senza controllare le fonti. Non si scherza sulla memoria e non si riportano frottole che qualcuno gli ha raccontato: non si è suicidato nessuno né tra i detenuti e né tra gli agenti. Poteva essere, magari una trama per un libro sull’Asinara, un bel canovaccio, certo, ma per raccontare i fatti occorre verificarli: Muniz lavora nello stesso giornale che fu di Beppe D’Avanzo. Ecco, vada a leggersi la puntigliosità chiara e precisa di quei resoconti. Oppure decida di ributtarsi nella poesia del viaggio e nella fatalità delle fole e delle leggende. Come quando racconta mirabilmente di Malara che aveva il marchio delle tre A nel cognome: come l’Isola Asinara. Mi è piaciuto molto perché, è l’evocazione epica che fa innamorare il lettore.E Rumiz,quando vuole, sa essere un buon affabulatore. Non in questo caso.

L’asinara, oggi, è uno scoglio deserto che urla. E non sono gli asini o i gabbiani a farlo. No, sono anche le voci di chi ci è stato ed è stato dimenticato: ecco cosa è successo veramente. C’èstato lo sfratto della memoria e lo hanno attuato i signori del parco.

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