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Verso Bali (passando per Kuala Lumpur) 21 marzo 2010

Verso Bali (passando per Kuala Lumpur) 21 marzo 2010

Come al solito, quando si parte per le vacanze si deve essere costretti a soffrire. Almeno per noi sardi. Perché il volo per raggiungere Roma in tempo utile per poter poi prendere qualsiasi volo è sempre il primo: ovvero quello delle 7.00. Che significa sveglia alle 3.45 circa. Tutto era pronto dalla sera precedente per arrivare, con un a certa tranquillità alla partenza dei pullman, a Sassari, dopo aver lasciato, in un parcheggio, la vecchia Clio. Arrivo ad Alghero alle 5.45. Check-in e viaggio tranquillo. Arrivo a Fiumicino alle ore 8.00. In perfetto orario.

Fiumicino è diventato, da qualche mese, un aeroporto simile agli altri “internazionali”. Non c’è più la vecchia denominazione ABC ma sono state aggiunte altre lettere e le partenze intercontinentali sono state spostate alle uscite T1 e T2, ovvero terminal 1 e 2 che, per arrivarci, come ogni aeroporto globalizzato che sis rispetti, occorre lo Shuttle.

La partenza per Kuala Lumpur, in Malesia, è prevista per le 12.20 e avviene in perfetto orario, tanto che l’arrivo – ore 6.25 locali – avviene con dieci minuti d’anticipo. Tredici ora circa di volo, ma siamo avanti di sette ore sul fuso orario di Roma ed è una strana sensazione. Avevamo viaggiato sempre ad Ovest e ci sembra di vivere di corsa, di superare la barriera della vita, anticipandola, rispetto ai nostri connazionali.

Arrivare a Cuba o in Messico regalava un senso di rilassatezza. Quell’andare e pensare piano che qui, invece, sembra non esistere. Sembriamo possedere una sorta di acceleratore virtuale, dove anche le cose e le persone sembrano apparire più veloci.

Il dover attendere sei ore il volo per Dempasar, l’aeroporto di Bali ci riporta alla normalità dell’attesa e alla consapevolezza che i minuti, anche da queste parti durano sessanta secondi. La cosa orribile è che Kuala Lumpur ha un aeroporto esclusivamente di “plastica”, anche se ricorda Madrid per il legno. I negozi sono tutti terribilmente “chic” e “grandi firme”. Ci sono tutti: Versace, Gucci, Montblanc, Lacoste. E’ il risultato di una globalizzazione che non ci fa capire neppure in che parte di mondo siamo arrivati. La cosa più incredibile è che non possiamo – volendo- acquistare niente. Che faccio, vi porto una scatola di ferrero rocher da Kuala Lumpur?

Passiamo dunque le sei ore d’attesa, non dolcissima, poi prendiamo il volo e, dopo tre ore, alle 15.30 locale atterriamo sull’isola di Bali dove ad attenderci c’è il nostro agente che, con l’autista ci accompagna ad Ubud, prima meta della visita a Bali. La sensazione è la solita di chi arriva ai tropici: caldo umido, odore di spezie e lentezza. Quella che non pareva ci fosse a Kuala Lumpur la ritroviamo tempestata di colori e di rumori. Sui rumori i balinesi sono unici al mondo. Le loro strade sono piene di motorini che usano tutti indistintamente, giovani e vecchi, uomini e donne con o senza casco. (per quanto riguarda il casco ho ricevuto una spiegazione a dir poco “italiana”. Sembrerebbe infatti, che all’interno del proprio villaggio si possa girare senza, mentre è obbligatorio quando si abbandona il territorio. Sinceramente mi è sembrata piuttosto difficile da comprendere, anche perché le targhe sono tutte BK che è la sigla dell’isola di Bali. Mah…) Inoltre non ci sono praticamente automobili “berline” ma solo ed esclusivamente mini-van, tutti rigorosamente di marca giapponese. Non hanno, dunque, il culto europeo dell’automobile

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