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una risposta a Michela Murgia

una risposta a Michela Murgia

Cara Michela, rispondo alla bella provocazione apparsa oggi sul tuo sito e rimbalzata anche su Facebook nella quale ti stupisci del fatto che io, rispetto al gioco delle primarie del Partito Democratico in Sardegna , sono deluso.

E’ vero. Sono deluso (ma non perché credevo vivessi in una favola, figuriamoci) perché ci avevo messo un briciolo di passione e dovevo pur ricordarmi che la passione non concede – secondo Pasolini – il perdono,  ma dovevo ricordarmi anche che l’equità – per dirla con Kant – appartiene solo al Tribunale della coscienza, mentre all’opposto, ogni questione di Diritto propriamente detto, deve essere portata davanti al Tribunale Civile. E bene avrei fatto a capire che la coscienza, in politica, era merce rara.

Ora, non voglio discutere di autonomia e autonomismo della Sardegna né di quello che tu, giustamente, evidenzi: se apparteniamo all’Italia, il gioco è questo e ci può stare che in Sardegna possa gareggiare anche un “italiano”, così come è lecito che un “sardo possa diventare presidente della Repubblica” o, meglio, segretario di un grande partito che fu fondato da un altro piccolo grande sardo. Tutto ci può stare. Ed è vero, così come scrivi, che noi rappresentiamo solo il 3% del potere politico in parlamento, proprio perché siamo pochi. Non è questo il punto (meglio, non lo era e non lo è  per me). Penso a molti sardi che molto male ci rappresentano in Parlamento e penso anche a quelli che peggio ci rappresentano nelle istituzioni locali (per i nomi ho una lunga lista). Ma io sono una persona testarda e leale (dicono siano i sardi ad avere questa caratteristica ma, chiaramente, non sono d’accordo) e se mi dicono che ho solo  dieci minuti di partita da giocare io, in quei dieci minuti, cerco di dare il meglio e passare la palla. Quindi Michela, se è vero che il nostro ruolo era molto marginale (e lo sapevamo) quello che contesto è che anziché farmi giocare quei dieci minuti (e su questo c’era un accordo) rimango in panchina. Meglio, in tribuna. E ci può anche stare, ma non chiedetemi di non rilasciare poi velenose interviste sull’allenatore e sulle regole del gioco. Mi ha sempre accompagnato la passione nelle cose che faccio. Non ho mai avuto una tessera di partito. Ho scritto due libri nei quali ho raccontato un certo tipo di mondo, quello extraparlamentare di sinistra, quella follia creativa degli anni settanta che ho attraversato vivendo tutto con immensa densità. Adesso volevo solo immaginare, almeno per un attimo,  che potessimo riuscire perlomeno ad essere uniti su delle scelte (tra l’altro i miei candidati le primarie le hanno perse, per dire) e speravo che Bersani si ricordasse che essere equi significa essere molto  lontani dal pensiero del mio caro amico Cesare Beccaria: “ La maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo di tutti al comando di alcuni pochi”. Ed invece queste sono state le primarie. Me ne dispiace. Ma sono indulgente. Per fortuna covo numerose altre passioni che mi regalano intensi colori e mantengono alta la mia curiosità. A cambiare gioco ci devo pensare.

Un abbraccio,

Giampaolo

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