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Sulla nostra pelle

Sulla nostra pelle

Avrei voluto non scrivere più su Stefano Cucchi, avrei dovuto lasciar perdere, frapporre tra me e quel fatto il silenzio che merita. Poi ho visto il film “Sulla mia pelle”e son ritornato a quei giorni, a quell’anno assurdo vissuto dalla parte della burocrazia. Perché di questo si tratta: tutto ciò che si vede nel film è vero, terribilmente vero, assurdamente vero e giuridicamente inappellabile. Il problema non è condannare i carabinieri (o comunque i veri responsabili. C’è un processo ancora in corso) non è condannare chi ha pestato malamente Stefano Cucchi, fatto di per sé ignobile ed esecrabile e non è condannare Stefano per il reato che ha commesso.
Il vero problema è il “dopo”  e non il “prima” e il film di Alessio Cremonini prova a spiattellare con crudeltà quello che è successo a seguito del pestaggio: un misto di omertà e di sana burocrazia.
Stefano ha paura e non parla, non dice nulla davanti al giudice e lui, il magistrato,  sorvola con troppa facilità davanti a quella faccia che raccontava qualcosa di orribile. Non lo fa il padre presente a quel processo perché forse ha paura, vergogna, non comprende i tempi e luoghi della giustizia. Non lo fa l’avvocato difensore che si preoccupa, soprattutto, di far scarcerare subito Stefano Cucchi e nessuno ha niente da ridire dentro quell’aula “vuota e grigia”, senza neppure i rumori di fondo.
Il film prova a raccontarci quei silenzi complici, quegli sguardi fugaci che tutti, ma proprio tutti, abbiamo utilizzato e continuiamo ad usare davanti alla quotidianità.
Se partiamo dalla semplicità del primo gesto tutto nasce da un qualcosa di davvero banale: due carabinieri si insospettiscono che due ragazzi siano dentro un’auto a parlottare, di notte. Chiedono i documenti, eseguono una perquisizione sommaria e trovano addosso a Stefano Cucchi delle dosi di hashish. Non è importante il giudizio morale o penale. Non lo è in questa fase: Stefano viene accompagnato in caserma per accertamenti. Viene effettuata  una perquisizione a casa sua (non risulta, almeno dal film, che a disporla sia stato un giudice e questo è strano, ma non conosco le carte e, in questo caso, analizzo solo il lungometraggio).
Tutto è eseguito di “routine”, perché questi sono i modi, perché così sono i controlli, perché questo è il gioco delle parti. Sino a questo momento ci troviamo davanti ad un’operazione “burocratica”, senza nessuna anima, svolta con scrupolo e attenzione da parte delle forze dell’ordine.
Quello che accade dopo è quello che ci interessa. Non tanto il presunto pestaggio, non solo quello, ma tutti quegli occhi non vedono, che cercano appigli giuridici, formalità, pezzi di carta giustificativi.
Ognuno utilizza Stefano Cucchi come un procedimento squisitamente burocratico. Tutti verificano che per quella faccia da Cristo in croce ci sia il certificato medico, ci sia qualcuno che certifichi, ci sia qualcuno che sollevi tutti da un presunto problema. Ed è giusto. Paradossale ma giusto.
Mi son rivisto quando i detenuti arrivano nelle matricole dei penitenziari. Gli vengono richieste molte cose, loro ne pretendono altre e le risposte sono sempre, semplici, chiare, burocraticamente ineccepibili: “Non è di mia competenza”. Così come l’odissea dei genitori che non riescono a vedere il proprio figlio perché finiscono negli ingranaggi delle varie autorizzazioni, dei pezzi di carta che mancano e che vietano l’accesso.
Tutto vero e tutto lecito. Se non ci fosse stata la terribile parentesi del “pestaggio” questa storia sarebbe identica a migliaia di storie che si consumano quotidianamente nelle carceri italiane e che vedono come attori i detenuti, i familiari, la polizia penitenziaria, gli educatori. Ognuno fa la sua parte e quella parte è grigia, ovattata dalla burocrazia.
Quella parte è il ruolo che ognuno svolge all’interno di quella orribile commedia che è la limitazione della libertà.
In altri tempi  (parlo dei primi anni ottanta) c’era chi diceva al condannato: “tu fai il detenuto”, frase  che non ho mai capito e continuo a non comprendere, perché parto sempre dal presupposto che è importante fare, meglio “essere uomo”: detenuto, malato, studente è solo una delle condizioni nelle quali ci possiamo momentaneamente trovare.
Stefano Cucchi ha  però provato a fare il “detenuto”.
Lo ha fatto in maniera pasticciata, sbagliata, autolesionista. Aveva paura, voglia di finirla con quella storia, non voleva affrontare con i familiari la ricaduta nella droga, non voleva raccontare di essere stato pestato. Voleva solo “sopravvivere” a quei momenti. Nessuno – ed è questo che fa male – ha compreso quel gesto di volersi aggrappare alla vita in maniera scomposta. Nessuno aveva il tempo di occuparsene.
Lo doveva fare lo Stato. E’ stato detto e urlato più volte e lo Stato con fatica, con passione, con molta difficoltà riesce a farlo. Poi subentra la fretta, le varie richieste che si sovrappongono, molti detenuti che chiedono e Stefano Cucchi scompare, diventa un fascicolo, che si risolva i suoi problemi da solo. Se non vuoi mangiare basta che firmi, che ci sia una tua dichiarazione.
E’ così che accade tutti i giorni, in tutti i penitenziari italiani. Quello che mi ha colpito è la mancanza di operatori del trattamento.
Stefano, in carcere, ha probabilmente avuto un contatto con un educatore, con uno psicologo. Sono cose routinarie, burocratiche. Non conosco troppo bene la storia  e non conosco cosa si davvero successo in quegli strani sette giorni raccontati magistralmente dentro un film senza nessun colore, senza nessun sussulto. Tutto è stato eseguito sulla pelle: su quella di Stefano Cucchi e sulla nostra. Non ha perso solo il sistema protettivo o quello penitenziario. Ha perso lo Stato nel suo insieme, la visione di Stato che oggi abbiamo: minimalista, a costo zero, privatistica. Per ascoltare il rumore delle persone, per sentire le necessità anche di chi è presunto colpevole, è necessario l’ascolto; occorre mettere in moto una serie di “attenzioni” che hanno un costo: si chiama costo sociale e andrebbe inserito massicciamente nel bilancio di questo paese sempre più portato ad escludere, emarginare, non comprendere le storie degli uomini.
Sulla mia pelle è un film adatto al nostro presente: alle nostre generali disattenzioni che vanno dalla sanità, alla scuola, ai trasporti, all’inclusione dei migranti. Tutto che cammina sul filo del lecito, del burocraticamente lecito, tutto che viaggia con una pezza giustificativa. Tutti che ci scostiamo davanti al problema che, a volte è troppo evidente. Ma non ci riguarda, finché non tocca la nostra pelle.
Ecco: questo film, questa storia maledetta, questo gioco di burocrazia fredda e cinica ci insegna che quando si trattano gli uomini e le loro storie stiamo parlando di pelle e di dignità.
Non dimentichiamolo.
Anche se non è semplice.

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