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Siamo ancora troppo razzisti

Siamo ancora troppo razzisti

Ormai contiamo gli uomini e cerchiamo di dividerli come cassette della frutta da stivare e spedire verso i mercati internazionali, Utilizziamo da tempo il termine “quota” per stoccare essere umani e noi, in Italia, nel “belpaese”, siamo anche i più razzisti d’Europa: contro gli islamici, i rom e, insieme alla Polonia, nell’approccio negativo con gli ebrei. Ci riempiamo la bocca di belle intenzioni, costruiamo progetti per l’accoglienza ma, in fondo, ci comportiamo con vigliaccheria e ignavia: che se andassero in Germania, in Francia o da qualche altra parte che noi abbiamo i nostri problemi. Certo, c’è la crisi e la Francia dopo aver accolto oltre un milione di algerini negli anni dal 1960 al 1990, non può accogliere altre massicce ondate di migranti. Capite? Non può. Come non possono gli altri, italiani compresi. Ma quel deserto di opportunità, in Africa, lo abbiamo costruito noi. Ce lo ricorda molto bene Marek Halter in un’intervista al quotidiano “la Repubblica” e ci ricorda, soprattutto, che non c’è più la voce degli intellettuali. Una volta c’erano prese di posizione autorevoli e forti: si doveva andare contro i colpi di Stato dei paesi sudamericani, contro la deriva comunista e i gulag, si urlava contro l’apartheid in Sudafrica. Oggi quei lamenti, quelle urla, non si sentono. Nessuno si sente più in dovere di spendere una parola per chi sta chiedendo con una certa forza “occupatevi di noi”. Pare non si possa fare. Non abbiamo i tempi e i mezzi, intenti come siamo a crogiolarci tra post razzisti, vignette squallide, prese di pozione degne di “dagli all’untore”. Come se fosse loro la colpa della crisi mondiale, come se fossero quelli dell’Eritrea, del Ghana, della Somalia ad aver giocato in borsa, ad aver costruito schifose alchimie nei paradisi fiscali, come se fossero loro, in Italia, quelli che non pagano le tasse. Però gli intellettuali, quelle menti che scandagliavano le situazioni e ci dicevano come agire, non ci sono più. Neppure sui giornali si leggono vere prese di posizione sulla questione. Sarà una semplificazione ma il mondo dei media si è naturalmente evoluto e oggi internet è molto più veloce dell’analisi dotta utilizzata nell’ultimo decennio attraverso la carta stampata. Sta a noi utilizzare bene il mezzo. E’ solo questione di maturità. Non continuiamo a dire che siamo un bel paese, che in Sardegna l’accoglienza arriva prima di tutto. Non è così. Dovremmo cominciare a dimostrarlo. Dovremmo, pertanto, provare a chiedere ai nostri cittadini, al nostro sindaco, quali possono essere le soluzioni per l’integrazione di queste persone che hanno la stessa faccia dei nostri parenti migranti per terre lontane. E hanno le stesse lacrime che non riescono mai a colare. Superiamo l’onda emozionale di tutte le parti e cominciamo a gettare le basi per poter dividere un pezzo della nostra terra, per poter spartire con essi un momento della nostra vita. Mi ha molto colpito la considerazione di Marek Hatler: “Fuori da una chiesa, quante persone si fermano per dare una moneta ad un mendicante? Eppure sarebbe un dovere prescritto in tutte le religioni, anche nell’Islam”. Ecco, proviamo ad osservare con spirito laico il problema e cominciamo con il chiederci: perché non facciamo niente, se non continuare a coniare parole o, peggio, frasi ed insulti volgari e razzisti? Perché?

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