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Sanpa  (sardegnablogger, 12/01/2021)

Sanpa (sardegnablogger, 12/01/2021)

La prima volta che visitai una comunità per tossicodipendenti fu in provincia di Lucca, nel 1983. Ero un educatore penitenziario appena assunto e la novità di un gruppo di persone impegnate a recuperare ragazzi era uno stimolo per il mio mestiere. All’inizio degli anni 80 la situazione dei tossicodipendenti era completamente diversa da oggi. Lo spiegano benissimo molte testimonianze raccolte nel lungometraggio “Sanpa” in visione sulla piattaforma Netflix. Erano tempi in cui per strada c’era una contrapposizione ideologica molto forte ma, per quanto riguarda l’eroina,  gli steccati tra i ragazzi di destra e quelli di sinistra erano piuttosto labili tanto che entrambi potevano avere a che fare con lo stesso spacciatore. L’idea di Muccioli partiva da un presupposto abbastanza semplice: restituire una nuova dimensione al tossicodipendente e ricostruire la dignità. Sul come si sono scritte pagine, libri, ci sono stati convegni e la serie Sanpa alimenta il vecchio e mai risolto dilemma: per uscire dal tunnel della droga è necessario qualsiasi mezzo?
Il carcere ha costruito il suo archetipo sulla costrizione. Muccioli pensava che partendo da quel paradigma era possibile superare l’ostacolo della dipendenza. Chi decideva di varcare quella soglia era cosciente (o forse lo era in parte, a dire il vero) che il fine avrebbe giustificato i mezzi. Anche la violenza. Fu questo passaggio che fece sussultare gli operatori e gli specialisti del settore: bisogna saper nascere dalle sconfitte ma non è possibile e pensabile costruire la ripartenza attraverso violenze fisiche e psicologiche. Muccioli è stato – e lo sarà per sempre – un uomo eccezionale per fascino e per ruvidità in certe situazioni: attraente, empatico, includente per chi ha da sempre difeso i suoi metodi; pragmatico, furbo, divisivo per chi, invece,  ne ha da sempre condannato i suoi modi di fare. Come tutte le persone dotate di carisma è destinato a creare una tifoseria molto accesa e disposta a tutto da ambo le parti. Il problema dell’eroina alla fine degli anni settanta  non fu preso in carico dallo Stato fin da subito e questa narrazione è ben spiegata nel lungometraggio Sanpa.
I ragazzi, considerati sbandati, perduti, vuoti a perdere, furono abbandonati a loro stessi. Carcasse sociali da nascondere, così come i luoghi che essi stessi sceglievano per incontrarsi e bucarsi: erano i protagonisti delle periferie sociali gonfie di solitudine e di siringhe.
Le comunità di recupero furono una prima e timida risposta non tanto alle richieste dei tossicodipendenti che vivevano in un limbo dove la realtà era stata sospesa, quando per i genitori. Questo è un passaggio fondamentale ben illustrato anche nel film Sanpa. I genitori chiedevano una soluzione a quel figlio smarrito, perduto, a quel figlio gettato nella polvere dell’indifferenza.
Le comunità di recupero cominciarono a darsi delle regole e ad impartirle a quegli adolescenti senza più in tasca la forza della vita. In Sardegna ci furono moltissime esperienze che nacquero dalla speranza di un recupero: alcune furono laiche, altre si costituirono per volere di alcuni preti coraggiosi. Due su tutti: Padre Salvatore Morittu e Don Ettore Cannavera. Entrambi si misero alla ricerca dell’uomo. Con molta forza, con costanza e con estrema decisione senza però mai trascendere nella costrizione fisica. Sono passati gli anni, l’eroina ha avuto alti e bassi nel palcoscenico della follia. La cocaina prima e le droghe sintetiche poi l’hanno sostituita. Sanpa continua a lottare contro le droghe come lo fanno Don Cannavera e Padre Morittu.
Non è mai semplice scommettere su chi perde sempre. Rimane solo un dilemma: Sanpa era il diavolo o la soluzione?
Non sono risposte che possono dare i tifosi. Occorrerebbe però un nuovo dibattito, perché la droga sta divorando altre generazioni e se Sanpa ha riacceso i riflettori su questo problema è stata senz’altro positiva la sua messa in onda.
Quei riflettori però rimangano ben accesi.
E’ tempo di riparlarne seriamente. 

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