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Sa paradura e la troppa pubblicità

Sa paradura e la troppa pubblicità

Chiariamo subito una cosa: una pena, per quanto lunga, per quanto dolorosa quando è scontata si conclude e si pareggiano i conti che un cittadino ha nei confronti della giustizia. Il condannato, una volta saldato il suo debito, ritorna a far parte della comunità che deve saper accoglierlo. La sua inclusione è la vera vittoria di un paese che si reputa democratico e aperto. Abbiamo – lo diciamo spesso – la più bella costituzione del mondo però, a conti fatti, la leggiamo sempre molto poco.  I padri costituenti, nello scrivere l’articolo 27 della Costituzione si sono ispirati ad un principio laico: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” recita il secondo comma. La condanna è, dunque, uno strumento utile al concedere al reo la possibilità di poter riprendere il cammino dove lo aveva bruscamente interrotto. La bellezza dell’articolo  27 è comunque legata al senso di umanità e all’obbligo, per uno Stato di diritto, di scommettere sull’uomo senza che la società debba “perdonarlo”. Il concetto di perdono è, infatti, un concetto altissimo e intimo, ma non contemplato nella nostra carta costituzionale. Quel concetto, nobile e condivisibile è soprattutto “cristiano” e si colloca in una sfera religiosa. In questi giorni è montata la polemica sulla candidatura alla “paradura” per Matteo Boe, ex detenuto, condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione, un reato orribile che ha gettato nello sconforto troppe famiglie e ha fatto vergognare il nostro popolo – quello sardo – che non si è mai riconosciuto in quelle azioni esecrabili. Matteo Boe è stato condannato e ha espiato la sua pena. Qualcuno obbietta che non ha scontato tutti gli anni ma non è così: in uno Stato di diritto esistono le regole e all’interno dell’Ordinamento Penitenziario vi sono istituti (come la liberazione anticipata) cui possono accedere tutti i detenuti, mafiosi compresi. Matteo Boe ha, pertanto, scontato tutta la condanna e aveva il sacrosanto diritto di chiudere quella parentesi. La seconda obiezione è quella legata, appunto, al concetto di perdono: un detenuto che non si è mai pentito non può godere dell’attenzione degli uomini liberi. La Costituzione non prevede, come accennato, nessuna forma di pentimento ma, piuttosto, un percorso dove il detenuto deve osservare in maniera critica il proprio operato. Oggi, soprattutto con il nuovo ordinamento penitenziario presentato dal nuovo governo, si accelera quel processo che chiede al condannato di adoperarsi per avvicinarsi alla vittima, a confrontarsi con essa. E’ un processo lento, doloroso, complesso ma appagante per il detenuto e la società: si chiama mediazione penale. Nel campo minorile, per esempio, questi incontri, debitamente preparati da dei veri professionisti della mediazione, sta ottenendo dei risultati sorprendenti. Dietro l’uomo, anche del peggiore degli uomini, c’è sempre una storia da ascoltare e comprendere. Gli atti criminosi hanno una genesi che, il più delle volte, è figlia del perimetro sociale ristretto e occorre, per quanto l’operazione possa apparire complessa, effettuare una serie di analisi approfondite e meditate che non sono certo ad appannaggio dei tastieristi che zampettano con le loro dita sui social, un giorno esperti di ingegneria genetica, un giorno medici internisti ed un altro giureconsulti costituzionalisti. La paradura è un atto nobile, bellissimo, poetico, che appartiene alla cultura di un popolo e che corrisponde, guarda caso al principio costituzionale di inclusione sociale. La paradura non guarda l’uomo sociale ma si occupa dell’uomo intimo, della sua essenza. Si offrono le pecore a chi non le ha più, si offre qualcosa a qualcuno senza chiedergli il nome, l’estrazione sociale, il certificato penale. E’ un gesto che supera tutti i muri divisori che negli anni siamo riusciti a far crescere. Personalmente sono a favore della paradura per Matteo Boe. Perché appartengo al popolo sardo e amo la Costituzione del mio paese, la più bella del mondo.

 

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