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Ritorno a sinistra

Ritorno a sinistra

Ritorno, “a passi tardi e lenti” , a rivisitare le impressioni di questa campagna elettorale che mi vede coinvolto, soprattutto, come cittadino e quindi, come attore principale di una scelta che dovrà, in qualche modo, caratterizzare il futuro di una città. Ho riflettuto parecchio sulle cose dette ieri sera da Bersani e da Zedda e, seppure in misura minore, da Lai. Erano tutte condivisibili. Ma, sempre all’interno di una mia riflessione a operazione conclusa e quindi non più a cuore aperto ho pensato: “sono condivisibili, sono vere, giuste, ma sono raccontate davanti a chi è profondamente convinto che sono condivisibili, vere e giuste. Insomma, per dirla in catechesi, alla sinistra manca la voglia di “evangelizzare”,  di provare a dire quelle cose da altre parti. Son convinto che lo facciano e lo faranno. Ho saputo di visite in quartieri degradati, le Pietralate dei giorni nostri, le rincorse ai disoccupati, l’attenzione per il sociale. Uno sguardo verso le fabbriche sempre più vuote e sempre meno rosse ma poi, come cattolici ferventi, ipnotizzati dalla demagogia abbiamo bisogno di un palco amico, di un popolo che ci dica quanto siamo bravi e quanto siamo forti. Intanto – si direbbe in un romanzo d’appendice – dalle altre parti si lavorava in silenzio. E’ questo quello che sento a fari spenti, quell’inconsistente e sottile terrore di riuscire a non dimostrare le nostre ragioni. Capitava a scuola,prima degli esami. Eravamo preparati, eravamo bravi ma, in qualche maniera, il bel voto lo prendevano i più furbi. Potevamo scegliere di diventarlo anche noi. Non lo facemmo. Io non lo feci. E non me ne sono pentito. Ma mi son stancato di vincere e ricevere applausi solo nelle nostre laiche chiese. Quello che è stato detto da Bersani e da Zedda andava benissimo per catechizzare non andava bene in un conclave di cardinali credenti. Perché Bersani non ha esordito dicendoci: “Cari compagni, abbiamo un problema. Quel problema, diciamocelo qui, siamo noi, la paura di crescere, la paura di voler governare, il voler spaccare a tutti i costi il cappello in quattro, il dover scegliere una segreteria regionale che accontenti tutti. Siete d’accordo? Ragazzzzi (alla Crozza, insomma) ne vogliamo parlare? Siamo il PD, siete il PD anche voi, è inutile che vi spieghi il programma. Lo conoscete.” Ecco quello che avrei voluto sentire e volevo vedere le persone alzarsi e rispondere al compagno Bersani, ribattere, rintuzzare, ansimare, incazzarsi, sorridere, mandarsi a quel paese per poi stringersi contro una destra che ci sta accompagnando nel baratro. Si è deciso, invece, per una messa cantata. Bella, senza nessuna stonatura per carità, ma terribilmente noiosa.

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