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Quello che le donne non meritano (La Nuova Sardegna, 26 agosto 2020)

Quello che le donne non meritano (La Nuova Sardegna, 26 agosto 2020)

E’ sempre la solita e vecchia litania: se sei donna puoi, al massimo, prodigarti in giochi sessuali. Possiamo continuare a condannare questi tristissimi maschi alfa ma, in realtà, non si riesce proprio a far comprendere che l’essere donna è una cosa terribilmente normale come quella di essere uomo. Con differenze naturali ma che non possono e non devono essere utilizzate come terreno di sfida dove il massimo della concessione è: “quella è brava come un uomo”.
Il metro di paragone è dunque “il maschio” in quanto tale e non l’uomo in quanto essere. Se poi una donna decide di calpestare il palcoscenico della politica l’arena del popolo la giudica solo ed esclusivamente per il suo “mostrarsi”, per il suo eventuale “decolté” (accompagnato nei rotocalchi dall’aggettivo “generoso”).
La donna è giudicata dall’habitus e non per la sostanza di ciò che dice e per il quale possiamo non essere d’accordo, anche se controbattere in maniera oggettiva diventa terreno quasi sconosciuto e tutto è ormai relegato al puro insulto.
In questi mesi si è quasi incancrenito questo sport degli insulti sessisti e non viene risparmiata nessuna fazione: gialli, blu, rossi, neri.
Le donne godono, purtroppo, delle stesse terribili attenzioni che sono vomitate sulle pagine social, con frasi sempre più inquietanti e irripetibili, misogine, inutili, cattive, triviali, sessiste e assolutamente vergognose per chi le ha concepite e scritte. I proprietari di tali epiteti dimostrano di stare al mondo solo perché c’è posto e non sono in grado di ribattere ad un ragionamento politico con parole diverse dall’offesa gratuita.
Viviamo tempi dispari, è vero. Ma questo modo dell’utilizzare l’insulto come replica ha ormai superato i famosi confini ricordati brillantemente da Umberto Eco quando faceva notare tutte le storture di internet. E non mi venite a dire che si utilizza un linguaggio da caserma o da bar o da stadio. Anche in questo caso i paletti sono ampiamente superati. Il problema è il rispetto per le persone: siano donne, bambini, extracomunitari, poveri, diseredati, disperati. Sono semplicemente persone. Questo concetto dovrebbe essere “basico” e adottato da subito all’interno delle famiglie, della scuola, nei luoghi di lavoro. Non è così, continua a non essere così. La donna è sempre oggetto di attenzioni legate al corpo, al modo di vestire, a ciò che mostra (o non mostra) e non a ciò che è.
Sono cresciuto in una famiglia con molte donne e ho avuto la fortuna, nel lavoro, di lavorare con moltissime colleghe e il grande privilegio di essere coordinato da una dirigente donna alla quale veniva sempre ricordato che era più brava di un uomo. La cosa la faceva sorridere ma contrapponeva sempre la stessa risposta: «Questa non è una gara tra uomini e donne ma tra persone che effettuano scelte per il paese. E le scelte devono essere ponderate e meritevoli di consensi. Che sia un uomo o una donna a farle poco importa».
Ho imparato molto dalle donne: da mia nonna, da mia madre, da chi mi sta accanto tutti i giorni. Ho imparato che non sono il lato debole, non sono un difetto di natura e neppure la costola di Adamo e dobbiamo finirla di parametrare tutto con il metro dell’uomo-donna o, peggio, con quello dell’orientamento sessuale.
Le donne impegnate in politica possono dire cose non condivisibili ma non devono essere giudicate per come decidono di vestirsi o per il colore del loro rossetto. Capisco che ormai è diventato “modaiolo” questo voler essere a tutti i costi vicino al popolo e alla gente e quindi – secondo questo terribile mantra – dobbiamo parlare come la gente, vestirci come la gente e mangiare come la gente riuscendo, così, ad insultare quella stessa gente, quegli stessi elettori che magari sono felici di sentire i loro leader sbraitare e dare della puttana a qualcuna con un risultato davvero meschino. Rispettare le persone – uomini e donne – serve per far crescere il paese. Gli insulti sono ragli che si disperdono nel cielo dell’ignoranza che è, purtroppo, molto ampio.

©Giampaolo Cassitta e patamu.com  174471
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