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Quei giudici maiuscoli. (La Nuova Sardegna, 25 maggio 2016)

Quei giudici maiuscoli. (La Nuova Sardegna, 25 maggio 2016)

La recente visita della commissione parlamentare antimafia in Sardegna è servita per chiarire alcuni equivoci e porre le basi per piccole certezze: lo Stato – quello con la esse maiuscola -da tempo combatte la mafia attraverso misure legislative forti e decise. Quella del regime penitenziario “duro” sancito dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario è una delle misure più efficaci per combattere la criminalità organizzata. Lo ha chiarito il Presidente Bindi e il suo vice presidente Fava. La casa Circondariale di Bancali è risultata una struttura moderna, efficiente, sicura, idonea per gli standard europei. La Commissione ha apprezzato la professionalità, l’organizzazione e il senso dello Stato che tutti gli operatori dimostrano di possedere.

Sono passati alcuni anni da quando tra mille polemiche si decise che la Sardegna avrebbe ospitato detenuti sottoposti all’articolo 41 bis. Quelle polemiche sono ormai superate dai dati di fatto: i detenuti, seppure trattati con dignità, non sembrano poter godere né di privilegi o di occasioni per poter continuare a trattare affari illeciti con i loro affiliati. L’isolamento cui sono stati sottoposti ha prodotto dei risultati importanti e la paura di una presunta contaminazione dei mafiosi con la criminalità sarda sembra relegata ad un’ipotesi molto lontana, anche perché alla mafia interessano i grandi capitali, con possibilità di investire su un business che nella nostra isola non esiste. Si combatte la mafia perché, come ricordava il giudice Falcone, è una cosa inventata dagli uomini e come tutte le cose, prima o poi finisce. Si racconta che un detenuto “di peso” alla vista dei parlamentari in visita a Bancali abbia chiesto chi fossero e alla risposta: “Siamo la commissione antimafia”, pare abbia ribattuto: “E che ci fate qui? Mica c’è la mafia in questo carcere”. La classica risposta di chi, ancora oggi, vuole continuare a vivere da attore protagonista all’interno dell’eterno teatro dell’assurdo. E invece quel carcere dentro un’isola, le dovute attenzioni, il rigore, la certezza della pena, comincia a logorare chi utilizza le parole sempre più lontane, sempre meno forti e potenti. Questa è una terra che nel 1985 ha visto due uomini scrivere con pazienza, con serietà, con spirito di abnegazione e con un grandissimo senso dello Stato un rinvio a giudizio per quello che sarebbe diventato il primo vero grande processo alla mafia siciliana. Quegli uomini scrissero quelle pagine davanti ad un mare intenso, un silenzio assordante che si mischiava tra quello dell’isola Asinara e quello di uno stato ancora con la esse minuscola. Tutto, in qualche maniera nasce da queste parti, davanti al mare di Cala d’Oliva, all’Asinara, dove i giudici Falcone e Borsellino arrivarono quasi come deportati e dopo qualche mese ripartirono, lasciando un ricordo indelebile per chi in quei giorni visse con loro quella strana avventura che sarebbe diventata storia di questo paese.

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