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Quando tutto questo finirà  (La Nuova Sardegna, 5 aprile 2020)

Quando tutto questo finirà (La Nuova Sardegna, 5 aprile 2020)

Quando tutto questo finirà – perché dovrà immancabilmente finire – mi piacerebbe poter andare in un ristorante, di quelli vicini al mare, sorseggiare un bel bicchiere di vino bianco freschissimo, ghiacciato, osservare il sorriso tiepido e vaporoso di mia moglie, lo sguardo irrequieto e sfrontato di mia figlia tra le onde ed un silenzio finalmente vero, reale, di quei silenzi ricercati e voluti. Mi piacerebbe poter dire: “Mi è mancato tutto questo, anche se pareva semplice, ovvio, ripetitivo e a volte anche noioso”. Mi piacerebbe quando tutto questo finirà – e, giuro, dovrà pur finire – poter attraversare le strisce pedonali con circospezione; attendere con malcelata calma l’arrivo del verde per i pedoni e sentirmi parte di una città che non vedevo da troppo tempo, che non riuscivo a contenere dentro i miei occhi perché era diventata un ricordo, un disegno astratto di cose risucchiate nella mente degli attimi. Quando tutto questo finirà – e, perbacco, deve assolutamente finire – vorrò viaggiare su questa isola dolce e impetuosa, passeggiare su strade di paesi mai visti od osservati con troppa superficialità; mi piacerà raccogliere tutte le speranze e le poche certezze accumulate nel corso degli anni. Dovrò armarmi di tutta la curiosità per raggiungere nuraghi e giganti, attraversare paesi con murales dai colori sgargianti, cavalli bardati a festa e santi che raccolgono preghiere e dispensano speranze; dovrò scovare tutte gli anfratti davanti ad un mare che ci è amico quando si tratta di raccogliere le nostre genti e nemico quando non ci permette di spingerci oltre, di annusare l’orizzonte del futuro. 
Ma non basta: correrò tra la “underground” di Londra, una foto sotto la Tour Eiffel a Parigi, una lunga passeggiata a Mala Strana a Praga, ad Alexander Platz a Berlino, le piramidi d’Egitto, la spianata delle moschee a Gerusalemme. Tutto dovrò vedere, riassaporare. Sedermi nei bistrot di Rue Rivoli, a Parigi, quello dove sfornano i migliori croissant, dolcemente salati, quel sapore inconfondibile che solo in Francia puoi sentire. Come le sfogliatelle a Napoli – quelle di Mergellina- i cannoli siciliani, i papassini, li acciuleddi, il miele di cardo sulle seadas. 
Quando tutto questo finirà – e, credetemi, finirà – dovremmo riconsiderare le distanze e provare a riavvicinarci. C’è stato un tempo in cui stare davanti ad un focolare rappresentava il calore di una famiglia. Quei racconti ci trasportavano verso un mondo antico, lontano, leggendario, bellissimo. C’è stata poi la televisione che ha ricostruito questi piccoli e dolci incontri, poi internet, i messaggi, la virtualità. La lontananza che pareva diventata una parvenza. Tutti si potevano sentire e vedere in tempo reale. Ma non c’era il sapore di un abbraccio, il rumore di un sorriso, la voglia reale, intensa di tenerezza. Ci è mancato l’appiglio ad una mano, il gancio verso l’altro, la possibilità di guardarsi negli occhi fuori da una stanza: poter in quale modo correre sino a stare male su una spiaggia o su un campo di erba verde. E’ mancato tutto questo. Son mancati non solo i sapori ma i colori, quei colori che riempiono la vita normale di tutti i giorni. E’ mancata non la voglia di sorridere ma l’esigenza di poterlo fare con un gruppo di persone. E’ mancata la possibilità di gioire, di gridare, di poter diventare folla, partecipare semplicemente alla vita. 
Quando tutto questo finirà – e, ormai mi manca poco – capirete quanto sia difficile vivere in carcere, in una cella misera dove tutto è dettato dagli altri e tu puoi solo aspettare. Ecco cosa si apprezza quando tutto questo si perde. Finirà e farò tutto questo. Insieme a voi. 

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