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Quando c'erano le poste.

Quando c’erano le poste.

Articolo apparso sulla Nuova Sardegna del 5 gennaio 2017

C’era la fila e il caldo appiccicoso nell’atrio piccolo e disadorno. Neppure i quadri. Le signore cercavano in tutti i modi di gestire la precedenza all’interno della fila a modo loro. Con furbizia e circospezione. Le più scaltre accampavano le scuse più incredibili: i bambini lasciati soli a casa, il marito che doveva mangiare per forza, i nonni che stavano per morire. Poi c’erano gli anziani. Qualcuno riusciva a sedersi su una panca piccolissima. Gli altri si appoggiavano al muro e aspettavano con rassegnazione il proprio turno. Pagare un bollettino alle poste o ritirare la pensione era , alla fine degli anni settanta, un mestiere. Almeno per me. Avevamo convinto mia nonna, ormai molto anziana a delegarmi per il ritiro della sua pensione. Ero appena maggiorenne e godevo della sua fiducia. Dovevo però sopportare la fila che inizialmente aveva un’andatura autarchica: chi arrivava per primo per primo doveva essere servito e si doveva arrivare molto prima dell’apertura dell’ufficio. Successivamente ci fu l’idea della “chiamata” e l’impiegata delle poste (mestiere oltremodo originale e unico) chiamava per cognome. Lo faceva, però, in base alle conoscenze: qualche cognome lo urlava e qualcun altro lo bisbigliava soltanto. Chi saltava l’appello doveva ripresentarsi il giorno successivo. Questo metodo durò pochissimo e fu adottato quello del libretto: occorreva mettere il libretto all’interno di un cestino, uno sopra l’altro e l’impiegata delle poste (mestiere davvero di potere) girava il cestino ma gestiva la cosa a suo piacimento con i mugugni di molti, le parolacce di tanti e i sorrisi di alcuni. A me si aggiungeva anche il fatto che fossi “delegato” e ogni mese la solita impiegata delle poste (mestiere sicuramente originale) mi richiedeva i documenti, li scrutava e li analizzava attentamente, volgeva lo sguardo verso di me e mi poneva, ogni mese la stessa domanda: “Lei è il nipote?” e alla mia risposta affermativa contava i soldi che mi consegnava con rassegnata diffidenza. Oggi le poste sono diventate una cosa molto diversa e le impiegate hanno maturato grande professionalità ed efficienza. Nel contempo però, e in base a questa efficacia, si è deciso di chiudere molti sportelli e nei piccoli centri di aprire a giorni alterni. In quei paesi dove l’impiegato delle poste era, da sempre, un buon partito e il Direttore veniva, per importanza, subito dopo il Maresciallo e il farmacista. Mestieri che si modificano e in parte scompaiono. Le pensioni molti se le fanno direttamente accreditare, i bollettini postali si pagano via internet e le poste sono diventate veri e propri sportelli bancari che offrono una miscellanea utile di servizi, compresa la firma elettronica. Però abbandonano i piccoli borghi, i paesi e accentrano i loro servizi nelle città.
Questa soluzione, dettata dal risparmio e dalla scelta di essere al centro del core-business, non permette a molti cittadini di accedere ai servizi in maniera quotidiana. Ed è un peccato. In Sardegna il dibattito è incentrato sulla lacerazione demografica dei piccoli paesi che rischiano l’estinzione. I servizi diminuiscono o vengono offerti a giorni alterni. Però per quanto sia diventato globale questo strano mondo c’è sempre qualcuno che ha bisogno di inviare un telegramma, ritirare una raccomandata, effettuare un vaglia. E’ vero: non ci sono più quelle ricevute che si incollavano, i buoni fruttiferi si sono estinti come i libretti postali nominativi o al portatore. Non si vive di ricordi ma non si può continuare a restringere i confini dell’orizzonte e lasciare fuori una parte della popolazione. Che siano pochi non ha importanza. Occorre un piano serio, basato sul ripopolamento delle zone interne con l’ufficio postale aperto compresa la vecchia impiegata che, vista oggi, esprime una tenerezza immensa.

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