Menu
Più ci penso

Più ci penso

Va di moda la parola comunista. Meglio tutti provano a riappropriarsene. Ieri a Cartabianca Pierluigi Bersani ha ricordato che “bandiera rossa” ha ancora un suo fascino e sbaglia Renzi a non considerarla con un pizzico di dignità e romanticismo. Ci ho riflettuto e mi è venuta in mente una piccola storia a proposito di comunismo e romanticismo.
E’ vero. Probabilmente sono un inguaribile romantico innamorato di canzoni non proprio “d’amore” ma provo a sganciarmi un attimo da Guccini, De Gregori, PFM, Banco, Cat Stevens e raccontarvi della più stupida dedica che io, un giorno, ho fatto alla radio.

Perdutamente innamorato di Sara, caschetto intrigante, sorriso dolcissimo e tutto il resto da osservare con attenzione anche per giorni interi (non credete alla favola dei comunisti che prima la rivoluzione e dopo… perché non è vera) dovevo in qualche modo conquistarla. Me l’aveva presentata Giorgio, un amico che bazzicava in radio. “Le piace la tua voce” mi aveva detto, “ma metti musica che fa cagare”. Quando la vidi scoprii che a diciassette anni ci si poteva innamorare perdutamente e dimenticare per un attimo Guccini. Ma non era semplice.

“Fammi una dedica” mi disse. Provai a spiegarle che noi eravamo una radio di sinistra e che le dediche non le facevamo (lo so, ero un cretino odioso ma che ci volete fare, quelli erano i tempi) e lei con quel sorriso ammiccante concluse con un “pazienza” che significava la fine.

Arrivai in radio con i miei soliti dischi: Saluteremo il signor padrone di Eugenio Finardi, L’avvelenata di Guccini e un goccio di Claudio Lolli (giusto per essere perdutamente imbecilli).

Mi aveva detto che la sua canzone preferita era: più ci penso, di Gianni Bella. E più ci pensavo e più capivo di essere finito in un classico “cul de sac”. Mai e poi mai avrei passato Gianni Bella e dunque: pazienza.

Però anche i comunisti hanno un cuore e dimostrano, a volte, di essere meno cretini di come si sono dipinti. Alla fine, dopo “Signor Hood” di Francesco De Gregori la mia ora era quasi finita. Mancava un pezzo, un pezzo che solitamente dedicavo a qualcuno ma in senso, come dire, impegnato, serio, comunista. Una palla retorica, per dirla con parole di oggi. Una volta ai compagni cileni in lotta, un’altra ai compagni spagnoli, agli operai della pan elettric. Insomma come potevo concludere per eliminare quel “pazienza” dalla bocca di Sara?

Vi riporto quello che, più o meno il 19 febbraio 1977 dissi in conclusione di trasmissione: “Ed ecco che il buon principe ci accompagna alla fine della trasmissione. A chi dedicare la prossima canzone che chiude la nostra trasmissione il martello di sabbia?  (il titolo era decisamente naif, lo ammetto,  ma a me piaceva moltissimo) Dovrei pensarci e pensarci a lungo ma proprio da qualche giorno è uscito l’album Sotto il segno dei pesci dove c’è una canzone molto bella, dedicata a Sara, una ragazza che aspetta un bambino. Una storia che ci porta verso la vita, due compagni che si amano semplicemente e non con spirito borghese (si, dicevo queste cazzate): Sara è un pretesto e più ci penso più dovremmo discutere di cosa significa il rapporto di coppia, cosa è davvero un abbraccio, cosa significa essere compagno in un rapporto di coppia: più ci penso e più sono convinto che non posso essere un amante distratto. Per la prima volta una canzone che merita un ascolto più attento: Più ci penso, un pezzo del 1974 di Gianni Bella. Buonasera a tutti, Sara compresa”.

Bene avevo fatto due cose importanti: avevo sdoganato Gianni Bella (una canzone davvero sdolcinata) e avevo cancellato dalle parole di Sara “pazienza”. Mi telefonò e mi disse: “bravo, hai fatto tutto bene, ma sei un inguaribile comunista. Pazienza”.

Lascia un commento