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Perché

Perché “il re” è una fiction sbagliata.

Ho aspettato che venisse posta la parola fine alla serie “Il re” ambientata in un carcere immaginario italiano e ben interpretato da Luca Zingaretti ed Anna Boaniuto. Ho aspettato perché le mie perplessità erano molte e ho sperato, sino alla fine, che gli sceneggiatori potessero riparare a qualche sbavatura, a qualche eccesso e a molti errori. 
Non è accaduto. Il risultato è piuttosto evidente: un prodotto dove la cornice è perfetta ma al suo interno non c’è nessuna opera d’arte. Intendiamoci, parlare di carcere è sempre difficile e quando lo facciamo utilizziamo sempre esempi statunitensi per la maggior parte, ma in questo caso si è disegnato un carcere degno di paesi molti diversi dall’Italia. 
Questa rappresentazione scenica era più vicino a realtà turche o sudamericane. Dico questo con una certa cognizione di causa e lo faccio mettendo sul piatto i miei quasi quarant’anni di esperienza all’interno delle carceri, moltissimi passati in prima linea, altri nella governance di aspetti importanti e delicati come, per esempio, il trasferimento di detenuti. Lo faccio, inoltre, come conoscitore di una serie di Istituti penitenziari per adulti e minori visitati in molte parti d’Italia, ovviamente per ragioni d’ufficio e in molti casi con un occhio molto attento al rispetto della Legge e dei regolamenti. 
La serie apparsa su Sky vede protagonista il Dr.  Bruno Testori, direttore del carcere di San Michele interpretato magnificamente da Luca Zingaretti che, finalmente, si scrolla di dosso il personaggio di Montalbano. Anche la storia incentrata su una sezione di arabi  con la ricerca di un nuovo capo della jihad pronto ad evadere è ben costruita e ha un senso narrativo. Regge. Tutto il resto è un’immensa forzatura. 
Prendiamo il buon Piras, interpretato da un convincente Alessandro Gazale: è un corrotto, corruttore, un manovratore occulto ed uno che non smonta mai dal servizio. C’è sempre in qualsiasi azione ed è sempre pronto a risolvere qualsiasi situazione. 
La figura della comandante Lombardo, interpretata da Isabella Ragonese non regge a livello giuridico: nessun direttore in Italia può decidere di nominare il comandante del carcere senza nessun passaggio amministrativo, nessun interpello. 
Poteva – ed era plausibile – porre dei veti, dare dei pareri, ma un comandante in un istituto è nominato dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria attraverso dei precisi interpelli oggettivi. In una situazione drammatica era possibile, magari, inviare in missione un comandante esperto. Invece il direttore Testori può decidere quello che vuole nel “suo carcere”. Lo stesso comandante che minaccia di non concedere l’ora d’aria al detenuto è praticamente impossibile anche nelle sezioni con i detenuti sottoposti ad altissima sorveglianza (articolo 41 bis) figuriamoci non permetterla ad un detenuto e disporla con un ordine di un poliziotto penitenziario. 
In questo carcere sembra, ad un certo punto, di essere all’interno di una succursale di una banca: tutti hanno i soldi per acquistare la droga, tutti dispongono di contanti. In realtà è molto difficile far girare i soldi in carcere, sarebbe più semplice – ed è così che funzionano realmente le cose – utilizzare i bonifici o pagamenti pay-pal. L’idea è che il carcere di San Michele sia gestito da una masnada di corrotti, con a capo il Direttore al quale i soldi non interessano,  ma autorizza i traffici affinché i sottoposti possano godere di un benefit ad uno stipendio che non basta mai. 
In quel carcere, se avete notato, girano le stesse persone: non c’è un volontario, un prete, un educatore. Nessuno: nelle sezioni solo  detenuti e agenti corrotti. Dei non corrotti non è dato sapere posto che non è possibile che il degrado raggiunga proprio tutti i poliziotti del San Michele. 
La povera PM che tenta, in maniera maldestra, di scalfire lo strapotere di Testori è una bellissima figura,  ma anche lei si muove contro i regolamenti: entra nelle celle, parla con i detenuti, (non è permesso dalle leggi e regolamenti) in un crescendo di tutti contro tutti e con una confusione totale. Sino al gran finale: con tanto di manganelli e dissuasori (che per legge non possono essere utilizzati dai poliziotti se non in certe occasioni) ed ingresso di carabinieri all’interno del carcere. 
Insomma, un’apoteosi di errori grossolani solo per raccontare il potere infinito di Testori e del suo delirio di onnipotenza. 
Ho capito, solo alla fine, che gli sceneggiatori non hanno richiesto la consulenza degli esperti del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e furbescamente hanno modificato il nome sulle pettorine degli agenti chiamandoli “polizia carceraria”. 
Un buon sotterfugio per una narrazione che pretendeva di raccontare il carcere. Non c’è riuscita. Si vede subito che il carcere non c’è, non c’è quella microfisica del potere, non c’è quella sottile linea di demarcazione che esiste tra agenti e detenuti. C’è solo una bellissima rappresentazione scenografica con dettagli oserei dire perfetti delle celle dei detenuti. 
La cornice è bellissima, ma senza quadro all’interno. Ed è un’occasione persa. 
Aggiungo, anche se so di rovinare il finale a chi ancora non l’ha visto,  che da nessuna parte in Italia un direttore di carcere (o un comandante, un educatore) una volta arrestati finiscono nel carcere dove fino al giorno prima lavoravano. 
Questo non accade neppure nelle fiction statunitensi e sudamericane. 
Insomma: andate in prigione senza passare dal via. 
E studiate. 

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