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Neanche un minuto di vero amore

Neanche un minuto di vero amore

Fateci caso. Ci sono testi di canzoni che non funzionano più. Una di queste è quella scritta da Mogol e Lucio Battisti “Neanche un minuto di non amore”.  C’è un’ atmosfera bellissima. Quella che regala il tempo dell’attesa.
C’è una telefonata nella quale i due innamorati si danno appuntamento: “Si, d’accordo, alle tre” però il ragazzo sente che quella voce ha un tono che non gli piace e tra il traffico (quello vale anche oggi) la gente nei caffè (un po’ meno in tempi di corona virus) e la mente che scorre verso un dilemma amletico: c’è qualcosa, impercettibile, incomprensibile. E l’uomo rimugina prima di raggiungere la sua amata, pensa e ripensa, magari ha commesso qualcosa di sbagliato anche se ritiene che mai e poi mai possa essere accaduto  qualcosa di irrimediabile perché da parte sua non c’è mai stato nemmeno un minuto di non amore.
Poi all’appuntamento, giunto dopo qualche ora passata tra il traffico e l’angoscia,  i due si incontrano e lei rivela che aveva solo perso il posto di lavoro, ha pianto, ma voleva solo stare con lui.
Finisce con una risata liberatoria: niente di importante, tutto il tempo preso dall’amore è salvo.
Oggi è impossibile. I due si sarebbero inviati decine di messaggi, memo vocali, emoticon, parole al vento, post su Instagram, foto con lacrime. Neanche un minuto di vero amore.
Quando ascolto questa canzone sorrido. E’ passato così poco tempo dal farsi una telefonata e aspettare. Aspettarsi. Saper attendere. Neanche un minuto di non amore.
Questo siamo stati.
La cosa bella è che non ce ne vergogniamo. Per fortuna. 

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