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Morire per una partita di calcio.

Morire per una partita di calcio.

La violenza è un vuoto terribile che molti si portano dentro e la utilizzano nei modi peggiori. Così, il 3 maggio del 2014, a Roma, Ciro Esposito, tifoso napoletano di 31 anni,  era a seguito della sua squadra del cuore per la finale di Coppa Italia tra il Napoli e la Fiorentina. I tifosi romanisti, non sempre in ottimi rapporti con quelli napoletani, non erano interessati all’avvenimento sportivo che pareva dovesse svolgersi all’insegna del fair-play. Ed invece.

Facciamo però un passo indietro e proviamo a discutere di questa violenza che molti si portano in tasca e la disinnescano quando meno te l’aspetti, quando non si hanno le coordinate della razionalità, quando lo sport – e quindi un gioco – diventa lo strumento dell’odio verso l’altro considerato “un nemico”. Il passo indietro è necessario perché questi avvenimenti non sono –come molti vorrebbero rimarcare – tipicamente italiani ma contribuiamo a fare  la nostra pessima parte. Una finale di una partita di calcio mette in palio qualcosa: chi vince potrà onorarsi di quel trofeo insieme ai tifosi. Soprattutto ai tifosi. Il calcio, come il basket, il ciclismo, il rugby crea dualismo, sfida. Il calcio – lo si è detto e scritto innumerevoli volte – è la metafora della vita. La violenza, dunque, ne fa parte. Nel 1980 uscì in Italia un saggio firmato Gian Ruggero Manzoni  dal titolo eloquente “Pesta duro e vai tranquillo, dizionario del linguaggio giovanile.” Seppure il libro è ormai datato ci ricorda che certi riti, come quello di rubare la sciarpa o il gagliardetto al proprio avversario, esiste ancora oggi. Ci sono persone che allo stadio non vanno per vedere la partita. Molti tifosi non conoscono neppure i loro beniamini che scendono in campo. Molte frange sono violente e razziste e mal sopportano i “negri” nel loro campo, figuriamoci in quello avverso. Lo stadio è solo un luogo per esternare la frustrazione della vita,  hanno scritto in molti. Ed è difficile dargli torto.

Torniamo però a quel 3 maggio del 2014, a quella finale di Coppa Italia ritenuta, da tutti, una consolazione per chi non ha raggiunto altri traguardi sportivi ben più importanti: come vincere lo scudetto o, addirttura, la Champions League. Ci sono tifosi che si disinteressano a questo. Si fermano ad un rigore non dato nel 1978, ad un gol non convalidato, ad uno strattone fuori area in una partita di dieci anni fa. Sono scuse buone per fomentare l’odio nei confronti di una squadra, di una città, di un mondo. E’ il populismo allo stato puro: condannare tutti perché tutti sono uguali. Striscioni vergognosi, urla disumane e la ricerca dello scontro fisico tra l’avversario e i poliziotti. Siamo un paese che spende moltissimi uomini e mezzi per garantire ogni domenica l’ordine pubblico negli stadi. E’ un costo ormai molto alto che diviene sempre più difficile difendere.

Quel 3 maggio del 2014, poche ore prima dell’inizio della finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli, un corteo di tifosi napoletani percorre viale di Tor di Quinto in direzione dello stadio Olimpico, scortato dalla polizia.

All’improvviso vengono sparati sette colpi di pistola e tre ultrà napoletani cadono a terra. La situazione degenera: migliaia di persone incappucciate assaltano le forze di polizia e distruggono due auto e un blindato. A terra rimane Ciro Esposito, tifoso napoletano di 31 anni, le cui condizioni appaiono subito gravissime. A sparare, un ultrà romanista, Daniele De Santis, 48 anni, che nel 2004 fece sospendere un derby perché diffuse la notizia (rivelatasi poi falsa) che la polizia aveva travolto e ucciso un ragazzino fuori dall’Olimpico.

Questi sono i fatti. Ciro Esposito morirà 50 giorni dopo a seguito delle ferite riportate. De Santis è un tifoso romanista che poco c’entrava con quella partita. Ma non è questo il senso. Quel giorno, probabilmente la partita non doveva essere giocata e la coppa Italia non doveva essere assegnata. Così come quando succedono risse all’interno e all’esterno degli stadi che coinvolgono ultrà e polizia. Gente che sa di dover andare alla battaglia e si arma con oggetti contundenti e, a volte, anche con armi vere e proprie.

Il 3 maggio del 2014 avremmo voluto assistere ad un’altra finale: quella di un paese normale dove ci si reca allo stadio per tifare i propri beniamini, incitarli e gioire quando vincono, applaudirli e sostenerli quando perdono. Ma questo, da molto tempo ormai, non è un paese normale.

 

 

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