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Morire di selfie

Morire di selfie

Si muore di selfie e qualcuno, davanti alla morte, si fa un selfie. Sembrano due parallele distinte, lontane, che non potranno mai convergere eppure, a guardarle bene hanno un denominatore comune figlio di questi tempi: la smania di apparire. È accaduto, purtroppo, ad un figlio della nostra terra, ad un adolescente allegro, brillante, amante dell’arte e della fotografia. Antonio, di Calangianus, con in tasca molti sogni e una valigia di opportunità.  Ragazzi che rincorrono gli attimi, così come abbiamo fatto un po’ tutti, presi dalla smania di volerci essere, di dimostrare a tutti la nostra giocosa presenza. Una disgrazia, una disattenzione che può capitare sempre. Il mondo ne è pieno di sciagure di questo tipo però stavolta è diverso, stavolta la parola “selfie” che ha disegnato il perimetro del mondo globale e virtuale è divenuta sinonimo di “disgrazia”, anche se solo inconsapevolmente. Sono trascorsi solo pochi decenni eppure sembra un’eternità dal vecchio autoscatto, la macchina fotografica appoggiata sul cavalletto, il dover pigiare il tasto del tastino temporizzato e in pochi secondi dover correre vicino al luogo prefissato dove c’era un panorama o i tuoi amici, la tua ragazza. Oggi è tutto terribilmente più veloce, più a portata di mano. Il selfie è la dimostrazione dell’esistenza, del dover inglobare dentro la nostra vita quel luogo che vediamo, quella situazione che abbracciamo, quell’amore da immortalare e condividere con tutti. Tutto facile. Antonio, nei suoi vent’anni, ha guardato quel lago immobile di un celeste tenue, quella villa adagiata sulle acque, quella “location” così lontana e diversa dalla sua Sardegna e ha deciso di viverla e di raccontarla e di condividerla con gli altri. Un attimo, come un selfie, come una ringhiera che non ti difende, come il vuoto che ti sorprende. Un selfie. E tutto scompare.

Nell’altro binario di quella parallela apparentemente lontana c’è un ragazzo che assiste ad un incidente terribile accaduto a Piacenza: una donna anziana è travolta da un treno. L’impatto è terribile e le ruote del treno le maciullano una gamba. Il ragazzo è veloce, come solo i ragazzini sanno esserlo con i loro telefonini sempre pronti all’uso. Prima fotografa l’accaduto e poi, come si usava dire una volta ma per altre ragioni, “ci mette la faccia” e si fa un selfie con la macabra scena dell’anziana signora gravemente ferita. Il ragazzino è bloccato da degli agenti della Polfer che lo costringono a cancellare quel feticcio voyeuristico. Lui inizialmente protesta ritenendo che quello scatto è dentro l’emisfero intoccabile della sua libertà poi, forse in preda ad un barlume di rimorso, accetta di cancellare quel selfie. Lui, in fondo, voleva raccontare all’universo mondo che c’era, aveva vissuto quel momento. Il selfie è dunque la trasposizione dell’esistenza, la certificazione, il timbro, la bolla esistenziale che attesta la nostra presenza in quel determinato luogo. Non è solo la documentazione di un ricordo, di un’emozione, ma è qualcosa di diverso, di più complesso. È il voler apparire dentro la realtà, raccontare a tutti che “ci siamo”. Non bastano più i nostri occhi e le nostre parole e non bastano, a dire il vero, neppure quelle immagini semplici di un panorama che ai nostri tempi era il significato della conformità: quella foto era mia, l’avevo soltanto io e quindi “mi apparteneva”. Oggi dobbiamo aggiungere i nostri volti al mondo che c’è intorno, non possiamo permetterci di fotografare semplicemente la Torre Eiffel perché milioni di persone lo hanno fatto e hanno condiviso quell’immagine. Dobbiamo esserci, dobbiamo produrre la certificazione, altrimenti rischiamo di non essere creduti, di millantare storie che non ci appartengono. Quelle storie che ai nostri tempi finivano nei carrelli delle discussioni picaresche, per il semplice gusto dell’esagerare e di inventare mondi sorprendenti. I selfie hanno finito per distruggere la fantasia ed hanno appiattito l’arte di raccontare. E, a volte, come nel caso di Antonio, fanno molto male.

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