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Lo stupro non è straniero. (La Nuova Sardegna, 26 agosto 2022)

Lo stupro non è straniero. (La Nuova Sardegna, 26 agosto 2022)

Lo stupro è uno degli atti più violenti commesso nei confronti di un’altra persona costretta a subirlo il più delle volte inerme. E’ lo sfregio più crudele, il graffio che rimane, la ferita impossibile da rimarginare. Anche il perdono è un atto complicatissimo e un passaggio delicato, quando nei progetti di resilienza e di incontri attraverso la giustizia riparativa si prova a  far dialogare il carnefice e la vittima. Ci vuole tempo, ci vogliono molti temporali nel deserto per poter ricucire e riparlare di quella maledetta e inutile violenza. Chi subisce uno stupro finisce per dipingere il mondo in bianco e nero e la vita le appare come sfocata, senza futuro. Si ha paura di toccare ed essere toccate, anche solo sfiorate da una persona dell’altro sesso. Le vittime raccontano spesso di non riuscire a trovare le parole per imbastire anche un semplice discorso quando si trovano davanti ad una persona che, magari, alza la voce. Scatta un meccanismo di difesa, di terrore vero, puro. Di contro, il carnefice, in carcere, subisce un trattamento riservato agli “infami” e l’amministrazione penitenziaria, per difenderlo, lo inserisce nel circuito chiamato “sex offender”, una sorta di girone dantesco dove il più delle volte oltre al normale e ovvio etichettamento nient’altro si offre. Nessun passaggio, nessun progetto reale e la famosa rieducazione, in questo caso fondamentale, non riesce a vedere la luce. In questi giorni è stata montata la polemica sul famoso video dove il presunto carnefice è uno straniero richiedente asilo e la vittima, una donna ucraina. La diaspora si è soffermata a livello politico in quanto l’onorevole Giorgia Meloni ha postato il video con la scena dello stupro condannandolo e promettendo interventi chiari e decisi qualora la sua coalizione vincesse le elezioni. Tutti a guardare il dito e nessuno ad osservare la luna. Soprattutto il senatore Matteo Salvini  si è affrettato a scrivere di voler difendere i confini e gli italiani. Come se chi proviene da altre parti del mondo sia ladro, rapinatore, omicida o stupratore.
Nel 2018 (dati Istat e quindi inconfutabili) sono stati sentenziati 1.411 omicidi volontari, 2.205 violenze sessuali, 1.051 percosse, 4.004 maltrattamenti in famiglia e 2.402 atti persecutori (stalking) nei confronti delle donne. Numeri enormi, da far paura. In un’indagine dell’Istat relativa all’anno 2017 si pongono in evidenza alcuni fattori importanti: gli stupri, dice l’indagine, sono commessi in oltre tre quarti dei casi da persone con cui la vittima ha una relazione affettiva o amicale. Essi infatti sono stati commessi nel 62,7 per cento dei casi da partner (attuali o precedenti), nel 3,6 per cento da parenti e nel 9,4 per cento da amici. Quelli subiti dalle donne italiane «sono stati commessi da italiani in oltre l’80 per cento dei casi (81,6 per cento), da autori stranieri in circa il 15 per cento dei casi (15,1 per cento)». 
La luna, ovvero gli uomini maltrattanti, non sono solo “stranieri” gli orchi (o presunti tali) si annidano nelle nostre famiglie, tra gli stessi partner tutti italianissimi. Il fenomeno dello stupro, purtroppo, non conosce confini etnici e non è prerogativa unica di un solo popolo o degli “extracomunitari”. Il problema esiste e persiste e promettendo la sterile e propagandistica difesa dei confini non si allontana il fenomeno della violenza sessuale. Si dice sempre che è una questione “culturale”, atavica, legata a stratificazioni sociali che si perdono nella notte dei tempi. Lo stupro è un atto ignobile, una dimostrazione di forza barbara e fine a se stessa anche perché non produce piacere a nessuno. Un atto furibondo ed esecrabile, condannato in tutte le culture. Eppure esiste. E persiste.
In carcere questo reato è considerato ignobile, ingiustificabile anche da chi ha commesso ed è stato condannato per dei reati non esattamente “nobili” (i delitti di mafia, solo per fare qualche esempio, sono incredibilmente accettati dalla popolazione detenuta). Negli ultimi anni il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha presentato una serie di progetti riguardanti i detenuti maltrattanti, passaggi dolorosi dove il carnefice deve, prima di tutto riconoscere quel reato, farci i conti, vergognarsene e, attraverso un percorso lungo e impervio comprendere le ragioni di un vivere e sentire comune, di rispetto per gli altri. Non ci sono sconti  e non si esce prima dal carcere. Ma non si butta la chiave, anche perché quelle persone un giorno saranno comunque libere  e vorremmo non commettessero più quel maledetto reato.
Guardare il dito è operazione semplice, liberatoria, lo sguardo verso la luna è più complesso, serve un telescopio più grande e molto tempo per mettere a fuoco l’obiettivo. Ma è quello che la politica dovrebbe fare. 

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