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Le strade di Stefano Cucchi (La Nuova Sardegna, 29/11/209)

Le strade di Stefano Cucchi (La Nuova Sardegna, 29/11/209)

E’ un stato omicidio. Lo sapevamo. Ci son voluti dieci anni per cristallizzare (almeno nella condanna di primo grado) un reato commesso all’interno di una caserma di carabinieri. Stefano Cucchi non è morto per aver assunto “droghe”, non è morto perché rifiutava la terapia. Non è morto neppure perché era cafone, rompiscatole, paranoico come alcuni detenuti quando si presentano nelle infermerie. E’ morto perché è stato selvaggiamente pestato e quelle lesioni sono servite a farlo morire. Gli hanno cercato l’anima a forza di botte. Lo Stato ha vinto e ha perso. Questa prima condanna restituisce la speranza a chi si era rivolto quasi con disperazione alla giustizia: i familiari di Stefano, con la sorella Ilaria in prima linea. Ha vinto perché ha avuto il coraggio di ripartire dopo gli errori di processi sbagliati, di condanne errate e di una narrazione completamente “storpiata” da uomini che lo rappresentavano. Qui lo Stato ha perduto. E’ sceso negli inferi, ha camminato nella menzogna, nella paura, ho voluto fortemente nascondere la verità, depistare le indagini, ha fatto finta – e lo ha fatto per anni – che tutto fosse chiaro o che tutto fosse complicato e che, in fondo, un tossicodipendente non poteva avere la stessa dignità di medici e di carabinieri. C’è voluta tutta la forza, l’amore, la cocciutaggine, la passione di Ilaria Cucchi, la sorella che tutti vorrebbero avere vicino, la Giovanna d’Arco che ha sfidato i silenzi, i tentativi di annacquare la verità. Lo ha fatto insieme ad un altro piccolo grande cocciuto: Luigi Manconi. Lui, con l’associazione a buon diritto, lui senatore testardo e mirabile difensore delle ingiustizie, lui sardo e orgoglioso, sociologo attento e passionevole. Lui ed Ilaria hanno macinato parole per anni, hanno cavalcato strade impervie, gonfie di curve e  piene di cartelli con la scritta “divieti d’accesso”. Stefano Cucchi era un punto importante. Non era una partenza o un arrivo ma era – doveva essere – la dimostrazione che lo Stato non si vendica e protegge i cittadini: tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge. Stefano ha gridato per anni senza essere ascoltato se non da pochissime persone. Un piccolo drappo di parlamentari: Emma Bonino, Rita Bernardini e Marco Perduca su tutti. Anche un altro deputato sardo del PD, Guido Melis, si interessò a Cucchi e ne ricordo la sua voglia di arrivare ad una verità, ad una giustizia equa, chiara. Tutti ad aspettare la risposta che pareva non dovesse giungere mai, una risposta a  quel corpo straziato, lacerato e dimenticato. Quel corpo che nessuno ha osservato, ha interrogato, ha contemplato. Quel corpo inerme che da un carcere è finito all’ospedale senza troppe domande, con troppa velocità e poca mestizia, con troppa superficialità e molta fretta. E’ un tossicodipendente, un rompiscatole, uno che se l’ha cercata. Tutto orrendamente scritto, tutto terribilmente già vissuto. Stefano Cucchi è morto molte volte. Troppe. E’ morto dentro le prime condanne a dei poliziotti penitenziari e ad un Dirigente del Ministero della Giustizia completamente estranei. E’ morto nei verbali scritti dai carabinieri e avvallati dai superiori. E’ morto quando i rappresentanti dell’arma hanno negato davanti ad un tribunale – e quindi davanti al popolo – che loro non sapevano, che non ricordavano e che, in fondo, si trattava di un tossicodipendente. Uno abituato ad essere “fuori”. E non era così. Ma Stefano Cucchi è morto anche quando i politici ci hanno ricamato sopra, quando gli hater hanno insultato Ilaria, il padre. Quando hanno avuto compassione per la madre. E’ morto tutte le volte che ognuno di noi ha pensato che sono cose normali, che capitano solo a chi se le va a cercare. E’ morto quando anche noi, tutti noi, abbiamo provato a lasciar perdere, che son cose che si superano. Gli hanno cercato l’anima a forza di botte e adesso, dopo questa prima condanna quell’anima, forse, ha lanciato un debole e forte sorriso. Non a noi, ma a sua sorella Ilaria e a Luigi Manconi si.

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