Menu
Le solitudini  che divorano (a Nuova Sardegna, 20 ottobre 2018)

Le solitudini che divorano (a Nuova Sardegna, 20 ottobre 2018)

Gli elementi sconvolgenti nel delitto del ragazzo ucciso nelle campagne di Ghilarza non sono l’efferatezza e neppure la determinazione, l’inutilità del gesto o la sproporzione. La cosa che più colpisce è il silenzio nel quale sono avvolti i nostri giovani. Un silenzio che ha un rumore enorme e che nessuno riesce più a sentire. I ragazzi sono soli. Lo diciamo e lo scriviamo da tempo e dentro le loro solitudini costruiscono mondi che non collimano con la vita reale. Dentro quel nulla “gassoso” ci sono sentimenti difficili da catalogare e da decifrare. Il problema non è che i nostri giovani non parlano con gli adulti, quello fa parte del gioco delle cose ed è sempre esistito un mondo parallelo tra generazioni, il problema è che i ragazzi non parlano tra loro, non dialogano, non discutono, ma utilizzano prevalentemente  come canale di comunicazione il social, la fotografia, l’espressione dell’attimo, le faccine “emoticon” come se fosse quasi impossibile sorridere per davvero. Vi è un altro elemento che contraddistingue la nuova generazione rispetto a quella precedente non massicciamente provata da questa overdose virtuale: la normalità trasversale. Grazie al web non ci sono – apparentemente – divisioni di classe: tutto è terribilmente uguale e tutto è incredibilmente piatto: milioni di persone utilizzano le stesse faccine per sorridere, esprimere un dissenso, una  gif per dire che “ci amiamo” in un silenzio assoluto dove le dita disegnano in uno spazio piccolo e limitato il mondo con il quale si è connessi. Di questo omicidio si possono dire molte cose: dall’inutilità del gesto all’assoluta crudeltà ma, se dovessimo provare a raccontare il luogo, se dovessimo provare a scrivere qualcosa di caratteristico su questi ragazzi e sui loro mondi non saremmo in grado di trovare l’inicipit per una narrazione degna ed interessante. Le loro sono vite normali: appartengono a famiglie normali, frequentano la scuola con normalità, si vestono come tutti i ragazzi di oggi, la ragazzina si “piastra” i capelli con attenzione, come tutte  le teen-ager di molte latitudini, fumano qualche spinello e si buttano nei bar di periferia ad annoiarsi e a non amare la lentezza del paese, a non apprezzare la diversità dei loro luoghi,  perché vivono da un’altra parte dove tutto può accadere e nulla accade. Basta un clic. Sono giovani appena sbocciati: due minorenni e gli altri appena maggiorenni che partecipano ad una sorta di videogioco convinti che si possiedono almeno tre vite ed, eventualmente, se ne possono guadagnare delle nuove. Questo siamo diventati: l’esistenza umana dentro un clic. Veloce, silenzioso, con piccole attenzioni. Un clic. Come acquistare un po’ di droga e promettere il pagamento, devi attendere qualche giorno, poi troviamo i soldi. Un clic. Cercare un’altra strada, trovare una diversa soluzione, nei giochi ci sono sempre nuove possibilità. Nei giochi. Basta un clic. Poi, con poche e scarne parole, si invita il ragazzo a salire su un auto. Ti pagheremo. Nessun problema. Basta un clic. Sono ragazzi che non misurano l’essenza delle cose, sono ragazzi intrisi di silenzi, di solitudini che divorano. Paradossalmente vivono dentro un “io” stantio e ricercano un “noi” consolatorio dove non ci sono gli spazi per gli affetti. Un’esistenza segnata dai gesti: le dita sullo smartphone, sul mouse, sulla tastiera, le dita che si muovono velocemente su un joystick, le dita come unico passe-partout per l’esistenza. Non hanno neppure idoli, non hanno punti di riferimento, non hanno cattivi maestri anche perché non leggono, non si informano. La loro unica formazione viaggia veloce tra le dita e gli attimi. Non si rendono conto che occorre dover effettuare un ragionamento neppure troppo complesso e che ad ogni problema, ad ogni situazione ci sono risposte o comportamenti adatti. Non ne sono capaci. Come nei video game: non c’è tempo per pensare, per riflettere, non c’è tempo per capire quale potrebbe essere la mossa migliore. Uccidono, come un gioco. Basta un maledetto clic.

 

 

 

 

 

Lascia un commento