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Le piccole carceri che nessuno vuole (La Nuova Sardegna, 4 agosto 2021)

Le piccole carceri che nessuno vuole (La Nuova Sardegna, 4 agosto 2021)

Partiamo dalle parole del Presidente del Consiglio Draghi: ”Oggi non siamo qui a celebrare trionfi, ma piuttosto ad affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte”. Le ha pronunciate all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere dove, insieme alla Ministra Marta Cartabia,  si è recato per provare a ricucire uno strappo tra i cittadini e lo Stato. Cittadini che, in questo caso, sono detenuti ma che sono portatori, comunque, di diritti.
La Ministra Cartabia ha poi citato nel suo intervento Pietro Calamandrei “Quando si parla di carcere, bisogna aver visto”. Lo Stato si è dunque presentato con l’autorevolezza e l’autorità più insigne al cospetto di chi ha sbagliato, ha commesso dei reati e deve, per questo motivo, scontare una pena.
E’ difficile, anche a freddo, provare a comprendere cosa sia accaduto a Santa Maria Capua Vetere o a Genova durante il G8 o, ancora, a Sassari, nel carcere di San Sebastiano nel 2000. Sono fotogrammi dolorosi, difficili da commentare e rappresentano, appunto, la sconfitta dello Stato. Bisogna aver visto un carcere per comprendere il peso dei silenzi o delle urla disumane che si propagano nelle sezioni,  le aspettative dei detenuti, le disperazioni di chi vive in perenne attesa; di contro bisogna saper ascoltare quei silenzi ovattati degli operatori penitenziari che, a volte, si sentono come abbandonati.
Bisogna viverlo il carcere con il suoi odori stantii, i suoi colori tristi, le sue urla nel silenzio, il senso di frustrazione che racchiude un progetto forse sbagliato, forse incompreso, forse negato. Bisogna saper partire dalle sconfitte. Il Presidente del Consiglio ha voluto evidenziare quello sbandamento sociale  ma ha ribadito  che occorre ripartire e riformare. Sono in molti nel corso degli anni che hanno pensato di rivedere la riforma penitenziaria del 1975.
C’è sempre stata, In Italia e non solo, la vecchia diatriba tra chi intende “buttare la chiave” e chi, invece, ha visioni più permissive: dall’aumento delle misure alternative alla detenzione agli sconti di pena per chi patteggia o, ancora, la messa alla prova,  allargando la platea degli aventi diritto,  tenendo il carcere come ultimo male necessario. E’ una discussione che nello spirito riformistico va avanti da molti anni e che, come ricorda Vladimiro Zagrebelsky, è ora di riprenderne lo spirito. Non vorrei però che questa fuga in avanti verso le pene alternative finisca per dimenticarsi di  chi  è in carcere  e deve comunque scontare la propria pena. Il concetto di riformare è utilizzato da tutte le frange politiche quando si vuol modificare qualcosa che oggettivamente non funziona. Ovviamente è lecito ma – ed è un ma che richiede una accurata riflessione – ci sono leggi che si modificano non perché superate, ma più semplicemente perché non sono state applicate. Come, per esempio,  la legge penitenziaria del 1975 (illuminante e avanzata anche per i giorni nostri) dove all’articolo 5 prevedeva – e prevede – che “gli istituti penitenziari devono essere realizzati in modo tale da accogliere un numero non elevato di detenuti o internati”. Nel 2018 venne poi modificato il secondo comma che recita: “Gli edifici penitenziari devono essere dotati, oltre che di locali per le esigenze di vita individuale, anche di locali per lo svolgimento di attività in comune”. Ebbene, tutte i penitenziari  progettati e costruiti dal 1975 ad oggi sono stati realizzati palesemente contro questo articolo legislativo compresi, ovviamente, quelli costruiti in Sardegna a Uta, Bancali, Nuchis e Massama. In un istituto di grosse dimensioni la gestione dei detenuti è complessa e non risponde al dettato costituzionale sul reinserimento dei condannati. Oggi, per esempio, ci sono istituti con oltre 800 detenuti e con soli sei educatori. Anche la tensione è al limite in un Istituto penitenziario di grosse dimensioni  come, appunto, Santa Maria Capua Vetere.
Occorre riformare e occorre ribadire i concetti costituzionali ma occorre ripartire da quello che era scritto nel 1975: piccoli istituti per garantire la dignità dei detenuti e dei lavoratori.

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