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L'anno che verrà

L’anno che verrà

Caro anno che verrà, non avevo molta voglia di scriverti, a dire il vero. Lo faccio con una certa riluttanza perché non mi sono piaciute le lettere di intenti e vorrei soltanto dedicare il 2010 a quelli che non sono stati nominati o dimenticati nel 2009. Vedi un po’ tu se riesci a fare qualcosa. Non ci spero ma, come dire, ci provo. All’inizio dell’anno facciamo sempre i brindisi e lo abbiamo fatto anche per questo 2009. Poi, senza neppure riflettere troppo rifacciamo i brindisi per il prossimo e per il prossimo ancora convinti che questo mantra possa servire a qualcosa. E’ la concezione del tempo che ci attanaglia e che gioca un ruolo falso e inutile. Passano gli anni e con loro, passiamo un po’ tutti. Con atroci sorrisi.
Per chi rilegge, ogni anno, il discorso delle beatitudini e si commuove pensando che da qualche parte ci sia stato un folle che potesse regalare il regno dei cieli ai poveri di spirito. Non è così e lo sappiamo bene ma ci piace pensare che gli operatori di pace siano figli di Dio. Di qualsiasi Dio. Perché non c’è un Dio cattivo o uno piccolo o uno immensamente buono o uno sporadico o onnipresente. Non c’è. C’è probabilmente un Dio unico che attende ogni attimo di un tempo che non esiste e ascolta con pazienza forte un rumore che non arriva. Beati gli afflitti perché saranno consolati. Ho sempre avuto problemi con Dio. Lo ammetto. Però me lo sono costruito, modellato, disegnato, immaginato. E ho provato a parlarci. Per gusto, per rabbia, per delusione, perché avevo una speranza o un’incertezza o ero alla ricerca della soluzione. Ecco perché, ho deciso di scrivergli (o scriverle, che ne sappiamo della sua essenza?) e di provare a ragionare con lui.

Caro Dio che mi confonde perché non so, a dire il vero, quale è quello vero, se il Dio cristiano o ebreo o musulmano, se Budda o Manitù o un Dio che cavalca i sogni. Potrei dire che il mio Dio è il migliore, il più vero e l’unico, ma sarei di parte e poi lo fanno tutti. Nessuno invoca un Dio dell’altro. Al massimo lo bestemmia. Eppure, in questo Natale che si ripete e si rinnova con le sue luci troppo forti e quei silenzi che scorrono ai lati di ogni cuore, dentro questa folgorazione di bontà che ci assale ogni anno, per qualche giorno, tutti decidono di dedicarsi al proprio Dio. Ecco, io che comincio a guardare il colore dell’universo e trovarlo infinitamente nero e grande e irraggiungibile e che provo, con qualche piccola speranza, a guardare e provare a capire quale sarà il Dio che troveremo – e se lo troveremo – in questo momento decido di unire, quasi per scommessa, tutte le icone del Dio che assale tutti gli uomini: un Dio forte e guerriero, mutilato e stanco, grande pennellatore di un mondo troppo piccolo per un Dio e troppo complicato per modificarlo, un Dio che non ascolti tutti ma che abbia il sentore di ciò che accade; un Dio unico, un assemblato di tutti i credo che urlano davanti al cielo o nelle chiese e nelle sinagoghe e nelle moschee e nei deserti e nei mari oscuri. A questo Dio concentrato mi rivolgo, un Dio che non dipingiamo perché non sappiamo deciderci che cosa debba fare per noi e con noi, qualcuno che possa ascoltare, almeno per un attimo, piccoli rigurgiti di un’anima che osserva, in silenzio, povere cose che accadono in questa sfera che è enorme ai nostri occhi ma, almeno credo, infinitamente misera agli occhi di questo grande Dio. E allora, Dio di tutti gli uomini e animali e acque e monti e rigurgiti e satelliti e metalli perché, io mi chiedo, dobbiamo continuare a ucciderci in tuo nome? Quale è il guadagno, la forza del nostro popolo poter morire in nome di un Dio schierato, che maltratta alcuni e inneggia ad altri, un Dio che non è arbitro e che chiede sofferenza da tutte le parti. Dio di tutti, perché non spieghi agli uomini che non è facile trovare le soluzioni che vadano bene senza schierarsi. Allora io ti chiedo di non farlo. Prova a dare un segno tangibile di questa scelta: scegli di non scegliere. D’altronde se tu hai costruito tutto questo e lo hai costruito oltremodo diverso, non puoi affermare una mattina che i bianchi sono migliori dei neri che i neri hanno diritto più dei gialli che chi prega da una parte otterrà il paradiso e che il paradiso non è per tutti. Non puoi perché tu hai creato la diversità e, secondo me, hai fatto una cosa giusta. Ecco, a questo Dio senza faccia e con troppe diversità, voglio rivolgermi in un sonoro canto laico con la certezza che – qualunque sia la tua immagine e il tuo nome – lo saprai ascoltare. Questo mi basta e questo vorrei senza nessun giudizio e senza nessun’altra pretesa. Non aspetto risposte o segnali o miracoli o cataclismi o roboanti messaggi di tuoni e di fulmini e di vulcani. Sono un essere errante e con poca storia da raccontare e con ricordi flebili. Ma – e so anche questo nella mia immensa piccolezza – tu, se dubito degli uomini e di come ti hanno dipinto non ne avrai a male.

Dio che non sei il mio Dio ma il Dio di tutti
Adesso che non hai la tua voce perché hai voci e urla di uomini che ritengono di parlare tutti a nome tuo.
Dio che sei un Cristo in croce, un profeta di Medina, un bisonte che cavalca prati enormi nelle notti di luna comanche, che sei Budda e che rinasci, che sei una Dea con molte mani, in qualche modo zittisci coloro i quali hanno sempre qualche cosa da narrare in tuo nome e in tua vece e, per un momento, ascolta anche quelli che non hanno la forza di poter dire niente in nome tuo, ma ti conoscono e ti cercano dentro le loro chiese e le loro case e le moschee e le sinagoghe e i templi e le foreste amazzoniche e guardando le costellazioni, rapiti dalla rocambolesca perfezione di un universo nero, rimangono come estasiati e rapiti e provano, dentro quel silenzio docile e meraviglioso, a parlare, ma non hanno voce forte, voce che incatrama strade per giungere alla tua grandezza.
Dio che non sei il Mio Dio, ma il Dio di tutti e che non hai nome perché proteggi tutti i pensieri e le facce che ti compongono, Dio che sei un prisma o un cubo colorato o sfera dell’impossibile e universo ricamato, Dio che sei il mio ma un Dio lo sei, ricorda a tutti gli occhi che quando si comprime la vita e si alza l’ultimo respiro tutti hanno lo stesso sguardo assente, tutti hanno un’innocenza lieve, tutti hanno un sono lungo che non ritorna, tutti saranno abbandonati nelle carcasse della memoria. E saranno corpi trucidati da soldati pagati e convinti che con il fucile si regalasse amore e saranno donne lievitate e massacrate perché la loro causa servisse a qualsiasi Signore.
Dio, se tu sei Dio e non solo mio ma il Dio di tutti non puoi permettere vagiti plumbei nel nome tuo, qualunque sia il nome che viene pronunciato, osannato, pregato. Non accettare le loro parole che sono in nome di uomini e di nessun Dio che non può decidere il bene e il male, il rosso e il nero, perché quel Dio che è il mio Dio e Dio di tutti ha già deciso che tutti i colori si potessero mischiare e unire e rinascere in nuove combinazioni. Che solo il sangue di tutti gli animali ha lo stesso colore forte di un battito che è spugna e che pulsa nei respiri di tutti noi.
Dio che non sei il mio Dio ma il Dio di tutti che hai scritto alcune cose per nome di molti uomini o profeti o Gesù caduti in terra, che hai lasciato uomini dolcissimi a decantarti, che hai scelto umili e piccoli scrivani a conservarti e saltimbanchi a meravigliarti, che hai mischiato le carte di un universo, che ti sei dipinto in mille modi e in mille credi, che sei stato uno e centomila, che sei stato ariete e anima impura e essenza e occhi che non scrutano, tu che sei quel Dio che tutti auspicano e che sperano di incontrare, prova a dire, in nome dell’uomo, che occorre annusare il terreno in cui si cammina, osservare le radici e raccogliere la rugiada e costruirsi la propria strada che è un cammino dove tutti, ma proprio tutti, Dio compreso, ci può passare e che Dio, il Dio di tutti, il nastro colorato di miliardi di pensieri, è nelle miniere di Buggerru a sentire scalpitare il piccone che cerca un pezzo di pane, che è nel deserto con i beduini alla ricerca di un po’ d’acqua, con gli indios e in Amazzonia e nel Texas e nelle prigioni e nei ghetti e nelle Chiapas e a Mosca, a Parigi e Calcutta e dentro le preghiere degli ebrei e negli sguardi dei nazisti, nell’indifferenza dei fascisti, nel paradosso dei comunisti. Dio che sei Dio di tutti e a tutti leghi un piccolo nodo per potertene ricordare, sei il Dio di Madre Teresa e del piccolo Alfredino caduto nel pozzo e di Ninì, Mariella e i bambini mai tornati a casa, sei il Dio delle stragi di piazza Fontana e di Brescia e di Bologna e sei anche il Dio di chi quelle stragi ha voluto.
Tu, che sei un Dio per tutti e di tutti, raccogli tutte le preghiere e le esortazioni di chi ti cerca. Solo in questo modo potrai bloccare tutto. C’è un uomo che ti chiede aiuto e c’è un altro che chiede di non aiutare. Tu non ascoltarli. C’è uno che non lavora e uno che vive con troppi soldi. Non dare ascolto a nessuno, né al prete né all’ateo, né al soldato né all’eroe. Se tu non ascolterai tutti gli uomini e se non esaudirai nessuna delle cose che ti chiediamo, ci avrai fatto un gran favore. Questo mondo, stranamente, funzionerà non nel nome di Dio, ma nel nome degli uomini. E tu, Dio che sei Dio di tutti non accontenterai nessuno ed ognuno dovrà giustificare i suoi gesti in maniera più umana senza mettere in campo te, con la tua sovrana e forte infinita vita.
Dio che non sei mio Dio ma Dio di tutti mi spieghi, per una buona volta, quanto è lontano il tuo lontano, perché da queste parti è un concetto infinitesimale. Il bergamasco che dice straniero al mantovano, il sardo all’algerino, il cinese al cileno. Dentro le tua strade di universo c’è un lontano meno effimero?
Dio che non sei mio Dio ma Dio di tutti, mi spieghi perché un uomo ha il destino legato al luogo della sua nascita? Al colore dei suoi occhi, al sapore delle sue scarpe, al rumore dei suoi soldi, alla costruzione di un universo che vede uomini sempre diversi eppure indistintamente uguali?
Dio che non sei mio Dio ma Dio di tutti, fammi un piccolo e ultimo favore, spiega a questi verecondi guerrafondai che dopo attimi e pulsazioni che viviamo dentro questo piccolo e veloce mondo, che seppure ci arrampichiamo al potere, alla solidità, alla conquista, alla sopraffazione, all’odio e alla vendetta, siamo destinati ad essere piccole particelle da dimenticare e, in un tempo minimo, dimenticate. Elenca, per favore, gli uomini dell’anno cento e cento prima, di guerrieri morti e di donne che li attendevano e di bambini non cresciuti. Nessuno ha dei ricordi perché la memoria, per quanto eterna, ha i suoi limiti e fra un milione di anni i nostri sforzi saranno stati vani. Allora, Dio di tutti, Manitù, Geova, Gesù, Budda, Allah, Maometto, Kalì, uomo dalle cento braccia o cento occhi o cento vite o cento anime, Dio, insomma, qualunque Dio tu possa essere, ferma,se puoi, per un attimo, il rumore dell’universo. Blocca, per un istante, l’orologio che non ha tempo e produci un urlo, che sia unico, univoco e comprensibile: Io che sono Dio, un Dio solitario, unico e Dio di tutti, vi dico: lasciate macerare le vostre vendette, i vostri piccoli sotterfugi, le miserie quotidiane. Fermatevi non a contemplare il Dio ma a contemplare gli uomini e trattate tutti, indistintamente, come trattereste il vostro Dio.
Questo, se il tempo ha un valore, vorrei per il prossimo anno.
Buon 2010 Dio, che non sei il mio Dio ma il Dio di tutti e che potresti anche non essere Dio.

09:26 , 31 Dicembre 2009 Commenti disabilitati su L’anno che verrà