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la partenza di Don Pierino

la partenza di Don Pierino

I preti, a volte, sanno essere ingombranti perché scelgono strade difficili e con troppe salite o perché preferiscono discese ripide senza freni. I preti rispondono alla coscienza e al Dio che ha, comunque un disegno per tutti imperscrutabile e che non coincide il più delle volte con i disegni dell’uomo. Don Pierino Gelmini è stato un prete complesso e di difficile lettura, almeno a prima vista. Idolatrato da molti dei suoi ragazzi della comunità incontro, amato – a volte a denti stretti – da capi e capetti del vecchio centro destra, inviso dagli intellettuali di sinistra e radicale. Qualcuno lo ha definito un “furbo”, uno scaltro, un cialtrone, un pregiudicato che ha conosciuto il carcere, un miracolato che lo ha scampato negli ultimi attimi della sua vita conclusasi a 89 anni. Altri lo hanno ricordato invece come il precursore della lotta alla tossicodipendenza, il coraggioso che ha aperto le sue comunità in tutta Italia salvando migliaia di ragazzi. Non voglio (non è questo il contesto) discutere sui salvataggi “reali” della comunità, di tutte le comunità, voglio però restituirvi un mio personale ricordo di Don Pierino che ho conosciuto, per ragioni professionali nel 2000, ad Alghero. Era stato invitato nel carcere e dopo l’incontro con i detenuti (legato ad una serie di manifestazioni relative all’anno santo) fummo invitati ad un pranzo dove oltre agli invitati erano presenti anche i ragazzi delle sue comunità nel Nord Sardegna (oggi tutte chiuse). Eravamo tanti. Ci sedemmo io e Lucia Castellano (allora direttore del carcere di Alghero, oggi consigliere regionale del PD in Lombardia) nel tavolo insieme ai ragazzi. Gli antipasti erano sul tavolo ma nessuno osava toccarli. Si aspettava tutti il Don. Ovvero Don Pierino che arrivò, come le star, con qualche minuto di ritardo. Tutti si alzarono e noi con loro, tutti applaudirono e in un’atmosfera da stadio cominciarono le ovazioni per il Don. Si pranzò e don Pierino fu cordiale e dispensò molti aneddoti e qualche benedizione. Mi ritorna molto spesso in mente questa storia perché ho avuto modo, sempre per ragioni professionali, di conoscere molti responsabili di comunità di recupero per tossicodipendenti, molti di loro erano e sono preti. Ho compreso che al di la della buona volontà, dell’interesse sul recupero dei giovani ci sono altri interessi, non ultimo quella della notorietà, dell’essere protagonista più della droga stessa, più della solitudine, più della disperazione. Ho sempre pensato che lo sguardo di chi non ara la terra con la dovuta passione è smorto, uno sguardo in bianco e nero. Come le ovazioni, i rumori e le grandi promesse. I preti, a volte, sanno essere ingombranti. Quando partono, spero volgano lo sguardo indietro e, macinando gli ultimi chicchi della loro esistenza, si preparino qualche giustificazione per la loro vanagloria che, per san Francesco non era un peccato da poco. Caro Don Gelmini, la terra ti sarà sicuramente lieve e cara e saprà essere più silenziosa e intima di certe ovazioni che non aiutano la causa. A volte gli errori servono per dimostrare, una volta di più che siamo tutti peccatori. Nessuno escluso.

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