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La mia Alghero

La mia Alghero

Il mare raccoglie sempre i pensieri e pasticcia le certezze.
Quando sembra tutto sia calmo ecco che, con una lentezza travolgente, produce un’onda trasportatrice di un’acqua vaporosa e vellutata. Quell’onda circoscrive il perimetro delle immagini e mi riporta ad osservare una città accovacciata tra il mare e un lungo promontorio che ricorda la figura di un bambino addormentato: Capo Caccia. Ho sempre pensato che noi, di Alghero, rispetto ad altri popoli di mare, siamo meno sognatori. Molti, infatti, hanno un orizzonte immenso con cui confrontarsi. Il nostro è invece limitato dal bambino adagiato sul mare. Che ci ricorda di avere un orizzonte più piccolo, è vero, ma in ogni caso più nitido.
Alghero ha la dolcezza dei colori tenui e forti nella stessa misura, miscelati da una tavolozza indistinta di sfumature.
L’inverno, ad Alghero, ha il sapore del maestrale che lava le facce e gli umori. Quella schiuma bianca che quasi divora le vecchie mura di protezione per un nemico che, ormai non arriverà più. Vivere ad Alghero è come stare alla fortezza raccontata da Dino Buzzati nel “Deserto dei Tartari”. E’ una città sospesa, in attesa di qualcosa di importante che, probabilmente non arriverà mai.
E’ l’unica città della Sardegna dove non si parla il “sardo” ma il “catalano”; dove esiste un termine intraducibile per raccontare la mitezza, la poca voglia, la solitudine e una sorta di tristezza miscelata alla malinconia, quella che in Brasile chiamano “saudade” quella dolcissima nostalgia ad Alghero si chiama “llua” e avercela, portarla con se, comporta comprendere appieno questa strana città dalle culture miscelate e con molte contraddizioni. Perché Alghero è la riviera del corallo, la città della Sardegna dove il turismo si è per primo sviluppato ma, con il passare degli anni, lentamente adagiato su un mare prima docile e poi troppo spumeggiante ma senza altre opportunità. Perché non basta il mare e i dodici chilometri di spiagge che dal porto turistico partono verso il lido di S. Giovanni, l’ospedale marino, la pineta di Maria Pia, Fertilia dai tratti littori, colonia durante il fascismo dei giuliani e – altra contraddizione – dove è possibile sentire ancora qualcuno che parla in friulano. Quel mare che continua dalla spiaggia delle Bombarde a Tramariglio, la vecchia colonia penale, oggi divenuta un bellissimo parco naturale e dove i detenuti, al lavoro all’esterno, hanno contribuito a recuperare i vecchi documenti della colonia nascosti negli anfratti del vecchio carcere di Sassari. Da quella colonia da dove è possibile vedere volare i grifoni si giunge alla spiaggia della Dragunara da dove una barca ti accompagna all’interno delle grotte di Nettuno e, infine, si raggiunge quel piccolo promontorio utile a guardare il mare oltre alla piccola isola della Forarada (letteraleme bucata) un piccolo scoglio bucato al centro, popolato di soli gabbiani, adagiato su un mare che non è possibile raccontare. Sedersi, da quelle parti significa riequilibrare il proprio orizzonte e adagiarsi su un rumore intenso che è il silenzio della natura, è lo scoglio che ricerca l’onda, è il vento che disegna le traiettorie. E’ il sospiro del maestrale che schiaffeggia la vita per renderla più forte. E più vera.
Alghero è l’apologia della libertà vista da Punta cristallo dove volano i grifoni. La città da quel promontorio roccioso è un puntino lontanto da dove è possibile notare solo il campanile di Santa Maria. Ritornare in quel fortino adagiato sul mare è come ripercorrere la storia del 1500, passare per Piazza Civica dove la leggenda racconta del Re Carlo V di Spagna che regala il cavalierato a tutti gli algheresi: “Todos Caballeros”; quei colori sanguigni dello scudo della città: giallo con le strisce rosse del sangue, quel ciottolato, quelle pietre chiamate con un nome da un rumore dolce e intenso, onomatopeico: “ginchettas”, quelle arcate che disegnano un centro storico pieno di piccoli negozi, senza macchine, gonfio di colori, di corallo, di filigrana, di conchiglie con dentro il rumore del mare, quello vero. Alghero è un’infinità di cose. E’ una passeggiata lunghissima che comincia dal porto e giunge sino al colle di Calabona, quasi quattro chilometri su vecchi bastioni adagiati sul mare. Ci sono ancora i cannoni adagiati su grosse costruzioni in legno e, avvicinandoti, scopri che una di quelle è stata realizzata all’interno del carcere di Alghero, da una cooperativa insieme a dei detenuti. E allora, dentro questa piccola città, questo piccolo confetto di sole e mare, provi a ricercare il carcere che trovi dopo la via alberata che dalla torre di Porta Terra raggiunge i giardini in pieno centro della città nel colle chiamato S. Michele. Alla fine del 1800 quando fu costruito il bagno penale, quel colle era l’estrema periferia della città e il penitenziario era fuori le mura del piccolo nucleo catalano. Nel 1946 fu teatro di un’orribile fatto di sangue: a seguito di un evasione persero la vita cinque agenti di custodia. Oggi, i nuovi istituti della Sardegna sono stati intitolati alla loro memoria così come l’istituto di Alghero è dedicato ad un giovanissimo agente di custodia ucciso, nel 1961, nella colonia penale di Tramariglio. Il carcere è oggi un istituto a custodia attenuata, ci sono detenuti che studiano nel corso alberghiero, molti detenuti sono studenti universitari, altri lavorano all’esterno, i detenuti partecipano a diversi stages e la comunità esterna riconosce quel luogo come parte integrante di una città sonnacchiosa e tiepida.
Chi passa ad Alghero rimane sempre molto colpito da quel chiacchiericcio sottile che si respira all’interno del centro storico, tra la muraglia e il mare; quel vortice notturno dove una “movida” colorata e duratura raccoglie molti giovani tra le piazze e le discoteche e qualche schitarrata in spiaggia a sentire il fragore del mare. A sentirne l’umore e guardare il colore perché, chi passa ad Alghero, si porta sempre quel ricordo indelebile dei bastioni su un mare splendido, con Capo Caccia (Ca de ra cassa, in catalano) che osserva silenzioso le barche che escono a totanare miscelato a quell’odore tipico di una città battigia di emozioni. Chi ci vive invece ha in tasca la polvere dei ricordi e illumina la nuova Alghero mischiandola con le canzoni, le filastrocche, gli sguardi mansueti e antichi di una città che non c’è più, ma solo apparentemente. Provate a camminare tra le viuzze del centro storico e provate filtrare tutti i rumori di fondo. Dentro qull’apparente silenzio sentirete mandolini che vi accompagneranno in una visita dentro una città moderna con un grande cuore cinquecentesco.

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