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La malinconia di Pino Daniele

La malinconia di Pino Daniele

Il 4 gennaio 2015 finiva di calpestare zolle di questa terra uno strano paroliere e musicista: Pino Daniele. Forse solo dopo la morte se ne è compresa l’immensa grandezza di un napoletano che amava in maniera fortissima la sua città e che sapeva trovare, sempre, le parole giuste per abbracciarla e criticarla. Ci sono molte canzoni del repertorio di Pino Daniele che meriterebbero pagine di parole, soprattutto quelle dedicate a Napoli. L’album che, a mio avviso, meglio lo rappresenta è Nero a metà. C’è tutta Napoli e tutte le sonorità black, ritmi blues, jazz e c’è la malinconia. Meglio: la consapevolezza di vivere con la “napoletanità” in tutti gli aspetti. Ho sempre amato, di questo bellissimo album (che conservo anche in vinile) la canzone “Apocundria” e l’ho imparata a memoria. Musica dolcissima, tra il Brasile e Napoli perché Apocundria e Saudade camminano insieme, si abbracciano quasi. L’apocundria è quel senso di appartenenza, quella strano stato d’animo che raccoglie lacrime e pietre di quel posto dove si è nati e vissuti. La malinconia come riferimento perenne, che scoppia ogni minuto nel petto. L’apocundria è capire e non comprendere; misurare in maniera diversa gli umori e gli odori di quella terra martoriata eppure bellissima. L’apocundria è chi dice di essere sazio ed invece è digiuno: l’apocundria è “nisciuno”. Quindi non esiste, non ha un volto, non ha una stazione su cui far fermare il treno, non ha un sorriso da regalare. La malinconia di essere consapevoli che Napoli è quella, ma potrebbe essere qualcos’altro: è Totò e la camorra, De Filippo e Gomorra. Troisi, Pino Daniele, tutti cantori apparentemente allegri ma decisamente tristi. Gonfi di apocundria.

Ciao Pino, io ti ascolto quasi tutti i giorni. Ecco perché ci sei. Dentro la mia strana malinconia che mi porta a sedermi davanti  alla collina dove ormai siete in tanti a suonare nel silenzio.

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