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la frantumazione delle classi

la frantumazione delle classi

 

Qualcuno, tra i ricordi degli anni 70, ha annoverato anche i tempi in cui gli studenti manifestavano insieme agli operai nelle piazze ed è scattata, subito, la lacrimuccia della nostalgia, delle foto in bianco e nero, di cartelli scritti con il pennarello, di quella comunicazione poetica, di quella smoderata voglia di stare insieme, di essere “classe”. Perché di questo si è trattato, di provare a condividere tutti le stesse cose. Operai e studenti. Si camminava fieri, tute oleose con il forte sapore del lavoro vicino a jeans ed eskimo, barbe costruite alla rinfusa, occhiali, sciarpe. Si camminava tra le vie con un ritmo incessante e lento, sembrava quasi che questa classe (operaia e studentesca) potesse dettare l’agenda del futuro. Non è andata così e non voglio soffermarmi su un’analisi che non mi compete e sarebbe anche molto dolorosa. Ne prendo atto. Le classi si sono frantumate e lentamente sono apparse le corporazioni, ognuno ha cominciato a conservare le cose nel proprio cassetto e ognuno ha dipinto il proprio pezzo di strada come credeva. Con profondo egoismo. Poi, di colpo, un po’ come le lucciole pasoliniane, sono scomparsi gli operai. Non se ne parlava più. Non facevano notizia presi come eravamo a costruire un mirabile futuro fatto di velocità, di internet, di nuovi traguardi, di ingegneri, di telefonini cose che, una volta costruivano gli operai e che oggi, invece erano stati delocalizzati, locuzione terribile per spiegare che le fabbriche in Italia cominciavano a chiudere perché tanto, noi, non avremmo avuto più bisogno degli operai nella new-economy. La crisi (nascosta per anni) ha ridipinto gli orizzonti e, guarda caso, son comparsi gli operai. La Fiat, l’Ilva e l’Alcoa per fare gli esempi più conosciuti. Son ricomparsi i caschetti di protezione, le tute, le urla e le rughe forti e bellissime: da operai. Ma non c’era più il sudore. Perché il lavoro, quello, era stato barattato su tavoli dove molti dei signori che oggi si ergono a salvatori della patria, erano presenti ad accettare la delocalizzazione, la sfida con l’oriente, la globalizzazione. Si stavano vendendo il nostro futuro e lo chiamavano progresso. Gli studenti, invece, dopo vari tentativi negli anni ottanta, sono finiti in un cantuccio solitario. Le Università costruivano acquari senza parole, professori gonfi solo della loro prepotenza e la cultura svenduta o irrisa. Si abbandonavano la filosofia e la storia e la letteratura perché il futuro era l’economia, la cibernetica. Ci siamo trovati davanti al nostro ground-zero dove gli operai sono costretti a buttarsi in mare per fare notizia e dove gli studenti vendono la propria dignità in un precariato perenne.
Tutto parte da quella foto in bianco e nero: il lungo corteo dove gli studenti sfilavano con gli operai. Perché sono state scelte strade diverse? Perchè non siamo riusciti a fare di quel corteo un crogiuolo di opportunità?

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