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La chiesa e la strada (La Nuova Sardegna, 9 maggio 2020)

La chiesa e la strada (La Nuova Sardegna, 9 maggio 2020)

Alla fine degli anni ’60 il catechismo che era un affare complicato. Si imparavano a memoria le risposte delle domande che la signorina ad una certa età ti poneva. E a nove anni non capivo il significato di ciò che ripetevo in base ad una richiesta espressa con voce arcigna e ferma. La domanda più semplice – o quella che continuo a ricordare, mettiamola così – era la seguente: «Dov’è Dio?» e la risposta doveva essere, obbligatoriamente: «Dio è in cielo, in terra ed in ogni luogo». 
Negli anni mi resi conto che la domanda era molto impegnativa e la risposta racchiudeva, forse, l’intero pensiero teologico di qualsiasi religione: il tuo Dio, quello a cui credi, quello a cui ti rivolgi deve essere sempre con te. 
Avevamo, a dire il vero, anche l’Angelo custode ma Dio era Dio e quell’essere “in ogni luogo” rappresentava la sua onnipotenza, la sua onniscienza, la sua immensa forza. 
Dio era tutto, era il tuo tutto. 
Ci ho pensato a lungo in questi giorni dispari dove la ricerca di quel Dio silente ci ha portato a farci molte domande e, soprattutto, ci costringe a chiedere a gran voce di poter aprire le chiese, le moschee, le sinagoghe, tutti i luoghi di culto per poter pregare, per poter chiedere a Dio, il nostro Dio, un’attenzione che ci sembra sbiadita, lontana.
Eppure, quel Dio non avrebbe bisogno di chiese per manifestarsi, non ha bisogno di messe per risolvere i problemi. Ha bisogno di fede mi diceva un carissimo amico: «O ci credi o non ci credi» e neanche questo, se vogliamo, è un grande passaggio teologico valido per tutte le religioni. 
Ad un sacerdote quando un giorno, dopo il suicidio di un detenuto, chiesi brucia pieno: «Dov’è Dio?”»  lui non rispose come facevo io da ragazzino al catechismo. «Dio è negli occhi solitari di quel detenuto che si è ucciso, Dio è dentro le celle dei carcerati, Dio è sempre con chi sa essere ultimo.» Questa risposta che mi porto in tasca per molti anni era, a suo modo parziale. Partiva dal presupposto che Dio non potesse convivere nei palazzi dei ricchi o di chi aveva molte cose, tanto da potersi permettere di fare a meno di Dio. 
E’ stata una lunga ricerca tra gli eventi e le storie di chi ha incrociato nelle lunghe e tortuose strade. Ho capito che Dio è un bambino a cui è morto il padre, è la madre che è stata picchiata dal marito e non ha avuto il coraggio di lasciare quella casa. 
Dio è il  rapinatore incallito, il tossicodipendente perduto, il cantante stonato, il pugile che non ha mai vinto un incontro. 
Dio è il corpo di tutti quei corpi inermi caricati in silenzio e con molta vergogna  in questi mesi trafitti dal coronavirus. 
Dio è l’arciere che non ha bersaglio, Dio è quella freccia lanciata contro un cielo che non restituisce giustizia e amore.
Dio non può essere solo armonia, sarebbe troppo semplice. Dio, a suo modo,  è disarmonico ed è, appunto, in terra in cielo ed in ogni luogo. 
Ho  capito in questi giorni quanto sia importante riflettere su questi passaggi e ho mal  sopportato questa voglia spasmodica di far aprire le chiese a tutti i costi, di pretendere – minacciando quasi una scomunica  – di poter riempire tutti i luoghi di culto perché così possiamo onorare il nostro Dio. 
Tutti quelli che hanno chiesto a gran voce questo non hanno studiato, come me, il vecchio catechismo e non hanno compreso che se, davvero, credono a qualcosa di immenso e di incommensurabile,  non possono limitarlo ad un luogo come una chiesa. Lo so,  è riduttivo ma serve per comprendere alcuni passaggi: Non è la recita del rosario a fare di noi uomini giusti e vicino a Dio. Dio è rivoluzionario ed è nelle case di chi paga le tasse, di chi sa ascoltare chi è in difficoltà, è nelle comunità degli orfani, nei sorrisi dei ragazzi down; Dio è  in quel luogo dove il boia  si prepara ad uccidere, in nome di Dio, qualcuno che ha sbagliato. Il problema è che Dio, almeno quello al  quale personalmente credo, sta seduto tra il boia e l’assassino,  proprio perché  è in ogni luogo. 
Anche in chiesa, ovvio.

Ma non solo. 

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