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La campanella non suona più

La campanella non suona più

Le strade scorrono lente. Non ci sono rumori che sopraggiungono. Cammina con occhi socchiusi, distratti a contare le mattonelle di un marciapiede consunto. Ci era passata da piccola, con la mamma che le aveva appena acquistato lo zainetto per la scuola. Prima elementare. E lei, con le treccine perfette e il grembiule decisamente troppo bianco – da primo giorno di scuola – e la mano che teneva stretta quella più forte di una madre dolcemente agitata si apprestava a varcare la soglia di un edificio forse troppo severo per dei bambini con in tasca pillole di allegria e leggiadra speranza. Era il suo primo giorno di scuola, di una campanella che suonava e che sarebbe suonata per giorni e per anni, di una bidella paciosa e forte con un grembiule nero o di un bidello rude e smilzo che mangiava sempre una mela rossa, a qualsiasi ora della giornata e di un’altra che le ricordava gli occhi di sua madre e un’altra ancora che lavorava a maglia con un tavolino verde davanti. E la maestra, allora unica, allora forte, allora degna di essere una madre a volte meno apprensiva, a volte troppo vecchia o troppo giovane, perché supplente, una parola nuova, diversa da precaria che sarebbe stata coniata negli anni successivi. E i suoi compagni, pantaloni corti e mani in saccoccia e fiocchi azzurri sempre mal rifatti e fiocchi rosa sempre in ordine per le ragazzine e i giochi inutili e favolosi di quando si hanno sei anni che sembrano tanti visti con gli occhi dei bambini e sono davvero pochi per i nonni che accompagnano con solerte impegno i loro nipotini.

E la campanella arrivava sino alle scuole medie e lei, al posto delle treccine portava capelli sciolti, al vento, come si usavano tra le adolescenti e i primi sguardi a quei ragazzi che non portavano più i pantaloni corti e i primi baci da immaginare e poi, magari, da costruire dietro un androne della scuola, in palestra, ad una festa ad abbracciarsi ascoltando “Questo piccolo grande amore”.

E la campanella, più forte e densa alle superiori e i bidelli con gli occhi stanchi e molta meno pazienza da quel primo giorno alle elementari. E i suoi capelli meno docili e più adulti, come il suo seno e il suo sorriso . E la sua mamma che scompariva perché i baci erano più intensi e duraturi.

E la campanella dell’università, che non aveva suoni e non c’era nessun bidello ad azionarla e non c’erano gli stessi umori di qualcosa che ormai era andato. Si diventava grandi e l’accompagnava un Eskimo innocente, un’ideologia forte che voleva un mondo migliore, diverso, più colorato.

E la campanella che suonava per il suo primo nuovo giorno ad attendere gli studenti in piedi, su una cattedra che aveva sempre visto da una prospettiva essenzialmente diversa: quella di chi ascolta. E le prime lezioni e vedrai che arriverà un concorso e i primi duraturi impegni, magari potrebbe mettere famiglia, avere un figlio da accompagnare a scuola e la campanella e il rumore di una sveglia e i concorsi che non arrivano, che non ci sono e i supplenti che hanno cambiato nome: precari, come questo tetro cielo che non risplende sul suo orizzonte, come quei discorsi che non riesce più a sostenere con il marito e con la figlia.

Le strade scorrono lente. Non ci sono rumori che sopraggiungono. Cammina con occhi socchiusi, distratti a contare le mattonelle di un marciapiede consunto. Ci era passata da piccola, con la mamma che le aveva appena acquistato lo zainetto per la scuola.

La campanella ha deciso di non suonare per lei. Non è neppure più precaria che, in questo paese sgomento e rassegnato essere precari era già qualcosa. Luisa è disoccupata. Niente campanelle, niente gradini di scuola, niente bidelli, niente diari e quadernoni e lezioni da raccontare. Niente.

Luisa non ha futuro dentro questo paese oscuro dove tutto si consuma velocemente, al ritmo della televisione o di uno scatto per un istant book. Luisa leggeva libri e non sapeva che nei libri era meglio metterci la faccia. Meglio, il proprio corpo. La campanella avrebbe continuato a suonare, magari non della scuola. Ma quella di un Parlamento, forse si.

Le strade scorrono lente. Non ci sono rumori che sopraggiungono. Luisa si guarda intorno e decide, per la prima volta in vita sua di fare qualcosa di eclatante. Sputa per terra, a questa vita, alle promesse mai mantenute, ad un sindacato che non ascolta, ad una vita che si è scucita, a quella velocità del far carriera a tutti i costi. Sputa per terra, ma si guarda intorno. Luisa è troppo educata per farlo davanti agli altri. A tutti quelli che hanno sputato sulla cultura. E hanno confezionato questo strano paese che non ha più la forza di reagire. E di capire.

A tutte le Luise e gli Antonio e Marta e Francesco, precari e nuovi disoccupati che sono migliaia e che non hanno troppe prospettive davanti ai loro occhi. Perché loro, per questo governo, purtroppo, non esistono.

Cancellati. In un attimo, come Luisa quando puliva con una grigia cimosa la sua lavagna per ripartire con una una nuova lezione. Che per lei e per quelli come lei quest’anno non ci sarà .

 

Cagliari, 7 settembre 2009

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