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Io sono la pecora, loro i leoni (La Nuova Sardegna, 18 ottobre 2021)

Io sono la pecora, loro i leoni (La Nuova Sardegna, 18 ottobre 2021)

Quella frase “io sono una pecora, loro i leoni” rimbomba dentro la stanza di ognuno di noi che non può credere a storie di schiavismo e di violenza che impera in troppe aziende dell’agro pontino, Italia, nell’anno del signore 2021. Sono donne indiane, rumene, finite nel girone più profondo dell’inferno degli orchi. Abusi sessuali, sfruttamento di straniere in nome di un profitto e di una soddisfazione fisica effimera e orribile: le bestie, per dire, hanno l’asticella della dignità molto più  alta  di questi italiani uniti ad indiani. Sono loro che chiamano al telefono, mandano audio e video con i quali invitano esplicitamente la donna lavoratrice a stare con loro, dove il concetto di “stare” non è quello di unire qualcosa, non è propriamente un atto di chimica amorevole ma solo e soltanto vile e bieco possesso: loro leoni e lei pecora. Donne cui viene chiesto dal padrone (altra parola terribile utilizzata da queste donne disperate) o dal suo caporale di andare a letto con lui. E ci devi andare per forza, perché davanti ci sono due possibilità: accettare e continuare a lavorare oppure rifiutare e scappare. Cedere, in molti casi è la conseguenza di passaggi disperati e se lo fai una volta lo devi fare per sempre.
Guadagnano circa tre euro all’ora: sfruttate e vessate, insultate, palpate e violentate. Tre euro all’ora per compiacere a questi signori che non hanno minimamente idea di cosa sia la dignità, il lavoro, la produzione, il rispetto per gli altri.
Cose che accadono nel 2021, a due passi da casa, in quell’orto che tutti chiamiamo “belpaese”, in quel luogo che si dice popolato da “brava gente”. Ovviamente non è vero. E’ vero il contrario: sono sfruttatori, che non riconoscono i diritti minimi dei lavoratori. Altro che scendere in piazza per riaffermare quei diritti sacrosanti. Qui siamo all’interno di un medioevo oscuro, dove le braccianti (altro nome che pareva appartenesse al passato) sono costrette a maneggiare i veleni che distruggono la terra e la parola “fertilizzante” è davvero un ossimoro. Quei veleni bisogna saperli dosare e occorre essere esperti. Le donne sono costrette a farlo e stanno male per giorni. Per tre euro all’ora.

Si sono accesi i riflettori davanti a questo buio di un pezzo d’Italia. Lo ha fatto “Our Food Our Future”  di WeWorld, un’organizzazione impegnata da 50 anni a garantire i diritti delle donne, bambine e bambini in 25 paesi del mondo. In realtà ci avevano pensato anche numerose inchieste e processi del tribunale di Latina, ma è stato il sociologo Marco Omizzolo a raccontare questi orrori, a evidenziare tutte le contraddizioni di un paese che si definisce disponibile, accogliente, invitante, gonfio di bellezza, ma con molti solchi di sfruttamento e di odio tutti da analizzare.

Siamo davanti a troppi abusi e non solo lavorativi, siamo davanti ad una Gomorra di cui nessuno sembra voler trovare la radice, esercizio politico molto usato di questi tempi. La radice è duplice: persone cui sono quasi sicure di godere dell’impunità in quanto non vi sono controlli da parte degli enti preposti e le denunce dei  sindacati rischiano di essere urla nel deserto se non vi è  un apparato investigativo che vada a verificare subito ciò che accade in certe zone di questo paese.
L’altra radice è quella dell’uomo forte, dell’ardito, del militare che ha il diritto di violentare le donne nel fronte nemico perché sa di poter godere dell’impunità, una persona che, magari, trova  anche qualcuno che si compiace dei suoi gesti e, magari, seppure condannandolo in maniera blanda,  lo guarda con una certa invidia e rischia di scrivere da qualche parte che “chi violenta una ragazza per venti ore merita l’ammirazione di chi, ha una performance di sei minuti”.
La matrice di tutto questo annega nel razzismo, nel fascismo (inteso come segnale di forza e di potere) e permette ad alcuni energumeni di godere nell’assaltare il sindacato dei lavoratori. Quel sindacato che difende queste donne nascoste nelle pieghe del mondo.
Di un mondo vicinissimo a noi.

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