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Io Maria, tossicodipendente.

Io Maria, tossicodipendente.

Qualcuno si dovrebbe occupare di Maria come suggerisce Brunella Giovara, che con una bellissima inchiesta sul quotidiano la Repubblica” ci ha fatto conoscere questa orribile storia di droga e solitudine. E ha, soprattutto, illuminato gli occhi spenti di Maria, 24 anni, incinta di sei mesi, tossicodipendente. L’ha scovata nel quartiere di Rogoredo, nella periferia sud-est di Milano, la piazza di spaccio più grande d’Europa. L’ha scovata e ci ha parlato. Maria non ricorda il suo nome e cognome, vive esclusivamente per una dose, ma una cosa la ricorda, la sua città: “Sassari”, dice Maria alla giornalista ed è come aprire uno squarcio nella coscienza di chi in questa città ci vive, di chi in questa città ci ha scommesso, di chi in questa città prova a modificare gli assetti. Maria ci ha ricondotto verso quel maledetto budello che pensavamo di avere superato negli anni. Ci ha riportato nudi, inermi, impotenti davanti a quel lungometraggio che è stato “il buco”, lo “sballo”, lo sbattersi per poche lire, la richiesta di una pera a tutti i cosi, i denti che cadevano, gli sguardi inconsistenti. Ci ha riportato indietro, come un incubo, agli anni dell’eroina. Ci eravamo illusi – ma era, ovviamente, un’illusione effimera – che tutto questo marcio mondo era stato superato, che i ragazzi erano cresciuti, avevano compreso o, comunque, avevano abbandonato l’idea del buco, del confondere la realtà con la vaghezza dell’effimero, del vuoto. Ci eravamo illusi che tutto fosse alle spalle, l’eroina di strada e l’Aids. Tutto superato. In effetti gli anni novanta furono ad appannaggio della cocaina: una droga per “ricchi”, molto più subdola ma anche pericolosamente più accettata. Adesso che in Afghanistan le cose si sono quasi normalizzate si è scoperto che c’è molta eroina da smaltire e per fare concorrenza alle droghe artificiali si è deciso di immettere massicciamente la droga ad un prezzo decisamente molto basso. Poi si è aumentata fino a otto volte la quantità di una dose, utilizzando in aggiunta delle sostanze inerti insieme alle chimiche, come, per esempio, paracetamolo e caffeina. In questo modo il principio attivo è molto alto rispetto al passato e ha un’incidenza anche del 50% rispetto alla prima eroina, quella degli anni ottanta che non superava il 20%. Per l’eroina gialla si è poi utilizzata una sostanza che riduce i sintomi della tosse ma è un vero e proprio allucinogeno. Questa sostanza, se utilizzata in dosi massicce, oltre ad indurre alla dipendenza può provocare la morte. Gli esperti direbbero che quell’eroina “è troppo pura”. Questa nuova e maledetta droga sta mietendo vittime soprattutto nel nord-est del paese: quasi 20 ragazzi sono morti nell’asse Udine-Mestre. Così, senza neppure aver compreso il fenomeno, ci siamo trovati con giovani uccisi dall’eroina e l’ultima era una ragazza friulana. Si chiamava Alice e aveva 16 anni. Maria, invece, è finita nell’inferno di Rogoredo e non riesce neppure a capire perché. Vive solo ed esclusivamente per farsi. Ha 24 anni, un futuro che non esiste, nonostante abbia un bambino da far nascere. Non ha un telefono, forse lo ha venduto per una dose e non ricorda più il numero dei suoi familiari. Ha le braccia piene di buchi e un grande buco sul suo passato. Qualcuno se ne dovrebbe occupare e qualcosa è accaduto. A seguito dell’inchiesta la madre, sassarese, è andata a cercarla e l’ha fatta ricoverare. Un piccolo barlume di speranza nel tentativo di strappare Maria da quella strada contorta, in salita, con dei mostri che l’assediano. Abbiamo scoperto che la ragazza ha provato a disintossicarsi, è stata anche nella comunità di Don Chino Pezzoli, ma niente, forse troppo fragile, forse non c’erano le motivazioni giuste. Adesso si trova in ospedale lei e il suo bambino. La clinica Mangiagalli di Milano è disposta ad occuparsi di lei ed è pronta a ricoverarla per il parto. Perché quel bambino deve nascere per dimostrare che Maria non ha perso, deve nascere affinché noi tutti possiamo occuparcene, noi di Sassari, noi sardi. Perché Maria è nostra figlia.

Editoriale pubblicato su la Nuova Sardegna 4 novembre 2018
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