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Io, Marchionne e la 500 di mamma.

Io, Marchionne e la 500 di mamma.

Di Sergio Marchionne tutti ha detto tutto. Dai filosofi ai professori di sociologia, passando – ovviamente – per gli esperti di economia mondiale con laurea presa su facebook. Della morte di Sergio Marchionne e di ciò che lui ha rappresentato per l’industria automobilistica  non parlo. Vi racconto un’altra storia che mi è venuta in mente quando le agenzie di tutto il mondo hanno lanciato la notizia della sua morte. E’ la storia di mia mamma e della sua cinquecento.

Era il 1968 e il mondo era terribilmente lento e sinceramente diverso da quello odierno.  A casa nessuno di noi aveva la patente (l’unico, mio padre, era morto nel 1963) e le donne, almeno a quei tempi,  erano pochissime a guidare  le auto. Mia madre, con il coraggio che si riconosce alle mamme testarde e caparbie decise, all’età di 39 anni,  di gettarsi dentro l’arena della teoria e della pratica partecipando, con estrema cocciutaggine,  alle lezioni di teoria e si iscrisse alla scuola guida di Alghero dove, a parlare di incroci, bielle, stop, diritti di precedenza e spinterogeni c’era Nando, un istruttore capace e simpaticissimo. Io, che allora avevo solo nove anni, ero attore non protagonista del tentativo materno e, grazie alla mia curiosità per i motori,  studiavo tutti i quiz e riuscivo, quasi sempre, ad indovinare quelli relativi ai motori. Nando si incuriosì per la mia passione e mi chiese se da grande avessi intenzione di fare il meccanico. Risposi candidamente che mi sarebbe piaciuto diventare disegnatore di automobili. Mi chiese quale fosse il modello al quale, eventualmente, mi fossi ispirato e risposi, sempre candidamente, che amavo moltissimo la Fiat 500. Incuriosito mi chiese il perché e io, da piccolo saputello incosciente cominciai a raccontare quello che era il mio mondo a nove anni: la cinquecento rappresentava la possibilità di muoversi, giungere da qualche parte. “Ma anche la Ferrari ti da quella possibilità”, chiosò Nando, “Certo, ma la Ferrari mia mamma non la guiderà mai, mentre la cinquecento si”. Prima che mia madre sostenesse l’esame Nando mi regalò un modellino della Burago: era una Fiat 500 rossa. Successivamente arrivò a casa la prima vera Fiat 500: era bianco sporco, targata SS46818 con il tettuccio nero apribile e con annessa fotografia mia e di mio fratello sul cruscotto: “vai piano”. Ecco, Sergio Marchionne mi ricorda questa storia, questo sogno, questo gioco di memoria,  perché lui ha resuscitato un’automobile che è stata la mia prima e grande compagna d’avventure. Il resto su Sergio Marchionne è stato già scritto e aggiungere altro non ne vale assolutamente la pena.

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