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In Qatar non c'è Maradona.

In Qatar non c’è Maradona.

“Ho sbagliato Signore. Non tanto per quel gol rapinato, quando ho colpito palesemente la palla con la mano e l’ho gettata nella rete inglese. Ho sbagliato e non tanto per aver ribadito che era la vendetta per lo scippo delle isola Falkland. Ho bbagliato a dire che quella era la mano de Diòs.”Il Signore sorrise e guardando quel piccolo e riccioluto folletto rispose: “Non ti preoccupare Dieguito. Lo avrei fatto anche io”. Potevamo glissare su quell’atto tanto discusso e che ancora fa discutere, su quel gesto considerato sleale. Certo. Potevamo. Ma non avremmo osservato le cose dal punto di vista di Dio che, come sapete, è molto diverso dagli occhi terreni. E Dieguito, di Dio ne sa qualcosa. Da quando, ragazzino con un pallone tra la polvere della periferia Argentina, diceva di avere due sogni: giocare un mondiale di calcio e vincerlo. E Dio lo accontentò. Diego prese quella coppa tra le mani e disse solo due parole: “la amo”. Poi lo accontentò quando chiese di andare a giocare a Napoli, nell’unica grande città metropolitana che non conteggiava nessun scudetto. Dio, a quel punto – credo complice San Gennaro – pensò che fosse cosa difficile ma giusta accontentare quel ragazzo divenuto triste a Barcellona – una delle città più colorate del mondo – e decise che uno scudetto il Napoli di Maradona lo potesse vincere. E Dio suggerì ai napoletani di utilizzare un grande striscione da srotolare nel rione Sanità che sintetizzasse anche il pensiero di Massimo Troisi: “scusate il ritardo” . Vinsero, con Maradona, anche il secondo scudetto e Troisi sperava, dopo il secondo scudetto, di poter mettere un nuovo striscione nei bassi di Napoli: “ricomincio da tre”. Ma Dio questa cosa non l’approvò e, a quanto pare, era d’accordo solo sul primo. Il secondo – forse – fu un regalo di San Gennaro, in perenne lotta con San Siro. Insomma, Dieguito è sempre stato tra i santi e le vergini, tra le discese ardite e le risalite, tra baci all’improvviso e sceneggiate napoletane. Incontri pacchiani, cocaina, donne, figli nascosti, figli perduti, figli sperati, fughe disperate. Diego che alla fine ammise il suo flirtare con la coca e disse, con il sorriso da scugnizzo: “Pensate che calciatore sarei diventato se non avessi tirato coca. Cosa vi siete persi”. E Dio non sorrise. Almeno non in questo frangente. Perché, a questo punto, pensò all’uomo. Ci siamo persi Diego. Ad un certo punto si è smaterializzato, come una sua punizione, come una palombella arcana tra la barriera e il portiere. Perduto tra il prato e il silenzio, a nascondersi e barare e negare come un tossico qualunque. Ha percorso le stesse strade di chi dice che è tutto un gioco, che riuscirà a uscirne, basta volerlo. Quelle feste esagerate nella Napoli da dimenticare, quelle foto, quegli eccessi. Quell’essere Dieguito e non Maradona. Quel voler essere Maradona e doverlo dimostrare sempre, tutti i giorni, perché Dio con quelli come lui non fa sconti. Ha già perdonato quella mano e ha accettato lo scudetto a Napoli. Voleva essere ripagato. Ma Diego ha il suo modo incredibile di osservare il mondo: cammina sulla polvere e ragiona come in un salotto. Ingrassa, dimagrisce, beve, si disintossica. Si reca a Cuba, s’innamora di Castro e decide di regalarsi un enorme tatuaggio che raffigura il comandante Che Guevara. Il mito fuggito giovane, all’apice della sua gloria. Lui non è il Che e, in fondo, non è neppure un comandante. Solo un poeta, un immenso e anarchico poeta che disegna emozioni con un pallone. Non riesce a dire di essere piccolo e si disegna grande, grandissimo. Il migliore dice. Il migliore dicono. Nonostante la mano de Diòs, nonostante le discese verso l’inferno, nonostante la voglia di mostrare che i suoi versi erano perfetti. Diego, ad un certo punto, capì che il gioco del calcio è così semplice che non si può spiegare. Un poeta potrebbe solo soffermarsi e camminare sul silenzio degli attimi. E capisce, lo capisce alla fine, che non era quella punizione al Milan, o il pallonetto al Verona, o il gol più bello del mondo all’Inghilterra. Capisce, e lo capisce alla fine, che la sua vita è l’altro gol: quello della mano de Diòs, il gol più controverso della storia che qualunque arbitro avrebbe annullato, quel gol che è la sintesi della sua vita: un guizzo anarchico tra l’affabulazione e la poesia. Senza utilizzare nessuna parola. Un silenzio che nessuno ha bloccato. E non è stato l’arbitro distratto a non voler vedere che quella vita, così, non era perfetta, non è stato il destino a dire che quella vita, così, era destinata a finir male. Maradona capisce, e lo capisce alla fine, che quel gol è Diego Armando Maradona: lo scatto, l’invenzione, la furbizia, la bravura, la slealtà dell’attimo, la consacrazione e la giustificazione divina. Maradona capisce, e lo capisce alla fine, che Dio, nella sua dolcissima magnanimità avrebbe approvato: meglio, avrebbe sintetizzato la vita di Diego Armando Maradona in un gesto sublime. Lui questo è stato: la mano de Diòs. E anche il suo piede. E noi capiamo, ma lo capiamo alla fine, che ci voleva uno come Maradona per amare il calcio. In tutte le sue contraddizioni. La poesia non si spiega. La poesia, per fortuna, si ama soltanto. Anche quando non si capisce.

Giampaolo Cassitta. Dedicato a tutti i miei dolcissimi amici napoletani e a tutti i tifosi del Napoli. E del calcio.

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