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In morte di un collega.

In morte di un collega.

Un giorno, dentro una Roma tiepida e piena di colori notturni, con quel tuo sorriso sottile e forte dicesti: “Mi piacerebbe poter andare a Treviso, a Trieste, a Milano, a Bergamo con la mia auto targata RC, Reggio Calabria. Non dobbiamo avere vergogna della nostra terra”.
Emilio Campolo, collega di una vita, anche docile amico, educatore e mediatore per forza.
Lui, in carcere dal 1979, io dal 1983. Ci conoscemmo a Roma tra giorni di formazione, passeggiate in Piazza Navona e la passione per il mestiere. Ci scherzavamo spesso su quello che eravamo: tu a Reggio Calabria tra la ndragheta e molti disperati, io all’Asinara tra mafiosi, camorristi e sequestratori, disperati inclusi. Dicevi che eravamo educatori da trincea.
Ti ho tradito negli ultimi anni. Sei riuscito a svolgere in maniera perfetta quel mestiere bellissimo e difficile di educatore, quel modo di dire agli altri: “ci sono, devi esserci anche tu”.
Eri andato in pensione ai primi di febbraio di quest’anno. Con quel sorriso che sapeva raccontare. Ti ricordi quando discutevamo di Cagliari e Reggina? “Non vinceremo mai lo scudetto”, dicevi, “ma la Reggina è pura passione, amore, fedeltà assoluta. All’amore tutto si perdona, anche una retrocessione”.
Riuscivi sempre a vedere tutto dalla parte degli ultimi, eri pronto a trovare soluzioni per chi, sul tavolo della vita, era abituato a perdere.
Sapere che non ci sei più mi lascia ovviamente senza troppe parole e, se posso – so che me lo permetterai – anche un po’ incazzato: adesso che potevi guardare il carcere dall’altra parte della barricata, adesso che potevi raccogliere i ricordi di una vita al lavoro, adesso che, magari, saresti riuscito a ritornare in Sardegna dove la tua avventura era cominciata nella scuola di formazione di Monastir, il Covid ha deciso per te, per noi, per tutti. Non serve dire che non è giusto, sarebbe troppo facile. E’ accaduto e io non riesco mai a comprendere i saliscendi del destino, questo serpente maledetto che nasconde il suo veleno e lo usa quando crede.
Che dire? Niente.
Mi rimangono le lunghe passeggiate verso Fontana di Trevi, il Colosseo, quelle risate acerbe nelle trattorie di Roma a sfottere i colleghi che di delinquenti non ne capivano “na beata minchia” che solo noi eravamo gente da galera.
Immagino che avrai preso la tua auto targata Reggio Calabria e avrai suonato, non troppo forte, giusto solo per farsi sentire: “Sono Emilio Campolo, educatore, di Reggio Calabria e sono onorato di essere calabrese, sono orgoglioso di essere un uomo dello Stato, sono felice di aver fatto l’educatore da sempre.”
E per sempre.
Un abbraccio infinito da Reggio Calabria a Cagliari.
Spero che un giorno la Reggina possa vincere lo scudetto. E che lo dedichi a te.
Che te lo meriti. 

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