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Il mercato acquario

Il mercato acquario

Ci sono quadri che rimescolano voci e suoni in mezzo ai propri colori. Se c’è un quadro che ho amato intensamente, da sempre, è la Vucciria, di Renato Guttuso, dedicato al mercato di Palermo dove, da adulto, ci sono voluto andare. Per rendermene conto. Per capire quei rumori, quei suoni, quei colori. E’ l’apologia della felicità passare da quelle parti. E’ trovarsi all’interno di un immenso paesaggio fatto di gente, di storia, di parole e di gesti. Il mercato, rappresenta, da sempre, nei popoli, la vitalità. Provate a leggere (o rileggere) i pilastri della terra di Ken Follett e comprenderete cosa significa costruire, per il commerciante, quel banco, quell’esposizione. E’ un’arte fatta di piccole cose e di grandi passioni. Colori che si miscelano e si intersecano, si dividono e si ritrovano. Triglie rosse e cozze nere, pomodori maturi vicino a mandarini da un arancione adulto che si sposano con carciofi dal verde intenso. Il mercato, in fondo, è vita, dolcezza, rappresentazione, ostentazione di possibilità, è cultura, storia, è anima.
Poi ci sono le voci. Le ho sempre amate quelle voci. Stridule, baritonali, urla che appesantiscono i silenzi e sconquassano la tranquillità. Voci di uomini e donne che ti chiamano, ti invocano quasi. Una pubblicità mirata, costruita sugli attimi. Perché anche la voce è marketing: ti suggerisce, ti trasporta, ti riporta verso quel bancone perché il pesce è a metà prezzo, tutto fresco, tutto bello, tutto a pochi soldi, venghino signori venghino.
Provate, per un attimo, ad immaginare un mercato come la Vucciria, come San Benedetto a Cagliari, come il mercato civico di Sassari o di Alghero senza nessun rumore. Provate ad immaginare persone che rincorrono i propri silenzi nell’attesa di un acquisto. E pescivendoli con occhi dolci ad esporre i loro prezzi, senza poter parlare.
Il mercato acquario.
Questo hanno deciso, ieri, quelli della commissione Bilancio di Palazzo Ducale, a Sassari. Hanno riscritto le regole, che reggevano dal 1940 e le hanno riportate al political correct. E si sono inventati il galateo del commerciante. Hanno scritto (davvero) che: «sarà vietato attirare l’attenzione degli acquirenti con grida o altri sistemi che provochino disturbi agli altri operatori e al pubblico.»
Io sono il pubblico. E vado al mercato, principalmente per sentire le voci e ammirare i colori, il dosaggio delle cromature e delle urla. Vado al mercato e aspetto che qualcuno mi chiami, mi dica che il suo è il prezzo migliore, il pesce più fresco, il mare più azzurro. Mi piace questa pubblicità diretta, questo parlare a me e non all’ipotetico cliente. Mi piace questo crogiolarmi nella fantasia di qualcosa che, magari non esiste, ma mi rende partecipe, presente, mi rende vivo. A Sassari, invece, eliminano le voci.
Un po’ come decidere di vietare le canzoni in una radio, i dibattiti in un comizio, le urla in un asilo. Capisco la smania di voler fare qualcosa, ma era davvero necessario mettere il bavaglio a chi vende il pesce? E poi, mi spiegate quali possono essere “gli altri sistemi” ventilati dal nuovo regolamento? L’unica notizia positiva è che il nuovo regolamento debba ancora passare per il consiglio comunale. Lo dite, per favore, a questi politici da città che il mercato è vita, è incontro, parole, voci, colori? Lo spiegate che nella vita ci sono anche altre cose più importanti di cui occuparci? Lasciatemi, per favore la mia “vucciria” o come si direbbe a Sassari “l’abbulottu” e la possibilità di sorridere tra la musica dei pescivendoli. Antica e forte, in contrasto con tutta quella plastica fredda e acida delle varie città mercato che riportano alla depressione.

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