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Il giallo della maglietta gialla

Il giallo della maglietta gialla

I simboli e il simbolismo giocano un ruolo quasi determinante in questa società molto liquida: così, la maglietta gialla utilizzata dai volontari del partito democratico ieri a Roma, ha scatenato una serie di invettive, sfottò, a seconda di chi con quel simbolo aveva a che fare.
La maglietta gialla era un distintivo per pulire le piazze e le strade di Roma ma moltissimi si sono chiesti: “perché gialla?”, come se il colore fosse la cosa più importante e determinante della scelta del PD che aveva, come scopo primario, quello di attaccare la sindaca Raggi sul terreno caro a quello dei cinque stelle: rimboccarsi le maniche e da semplici cittadini -uno vale uno, ricordiamocelo – provare a ripulire una capitale che, davvero, proprio pulitissima non è.
I rappresentanti del Partito Democratico, con in testa  il segretario Renzi e Giachetti che ha conteso la poltrona di sindaco alla Raggi al ballottaggio dello scorso anno (ballottaggio perduto sonoramente) hanno precisato che si trattava solo di senso civico e sena nessuna vis polemica.
Chiaramente non è vero. Figuriamoci.
Si è trattato di un gesto assolutamente politico e una sorta di risposta a chi giusto qualche attimo prima urlava contro il sindaco Marino giudicato incapace di eliminare la sporcizia da Roma. Qualcuno, però, nel commentare il giallo della maglietta ha chiosato che il colore si addice benissimo a quanto è capitato poco più di un anno fa quando il PD (Renzi e Orfini su tutti) decisero di staccare la spina della giunta Marino incapace, secondo il partito, di guidare una città complessa come Roma Capitale.
Il giallo, almeno in Italia, è il colore del mistero e, sinceramente, qualcuno dovrà prima o poi spiegare perché sia stato cacciato così in malo modo un galantuomo (assolto da tutte le ipotetiche accuse) che, al massimo era un “pasticcione” come la Raggi, solo che quando Marino provava a dire che la colpa non era del sindaco ma della burocrazia, delle aziende municipalizzate, la Raggi dai banchi dell’opposizione urlava che Marino era un incapace e che doveva dimettersi e quando avrebbero vinto loro il sol dell’avvenire sarebbe riapparso sull’orizzonte della città eterna.
Il giallo è anche un altro e contribuisce a creare sempre più mistero: in un lungo e accorato post Virginia Raggi stigmatizza l’azione di “pulizia” dei militanti del PD e li accusa di aver contribuito e, anzi, di essere gli unici responsabili dello sfascio di Roma in quanto l’hanno governata negli ultimi vent’anni. Ci sarebbe quasi da crederci se non fosse che Alemanno può essere tutto tranne che un rappresentante del PD ed è quello che l’ha governata per cinque anni prima della parentesi breve di Marino.
Alemanno, ricordiamolo, è quello che ha sistemato molte persone nell’azienda partecipata della raccolta dei rifiuti romana, azienda che qualche problema giudiziario e non per colpa della Raggi ma neppure per colpa di Marino. In questa storia (come molte della nostra amata repubblica) è sempre difficile comprendere chi è l’assassino: troppi moventi, troppa gente che depista, troppi che non raccontano bene la scena del delitto. Sarebbe stato così facile ammettere che Roma è una città difficile, che non è semplice riuscire a modificare l’assetto amministrativo in meno di un anno e con cambi di assessorati repentini.
La Raggi è in difficoltà: quanto sarebbe stato onesto ammetterlo senza accusare tutto e tutti pur di non prendersi le proprie responsabilità.
Ecco dunque spiegato il colore della maglietta gialla: una storia scritta da Simenon, sceneggiata da Montalban e portata in scena da Camilleri. Storia maledettamente complicata e di difficile soluzione. Gli italiani, a questo punto, brancolano nel buio.

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