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I conti non tornano. (sardegnablogger, 30 aprile 2021)

I conti non tornano. (sardegnablogger, 30 aprile 2021)

conti.
Dobbiamo fare i conti.
Come se fosse semplice, come se fosse naturale: da una parte i buoni, le vittime, dall’altra i cattivi, i carnefici. Tutto torna. I cattivi fuggono e quando li riprendono devono scontare la pena. Magari son fuggiti e nessuno si è adoperato per cercarli o son fuggiti in paesi che non hanno concesso l’estradizione. Dopo quarant’anni tutto ritorna, come un vecchio vulcano che riprende la sua eruzione, come una lettera dimenticata in un vecchio cassetto, come un coltello che riapre vecchie ferite.
I conti.
Dobbiamo fare i conti. Ce lo chiede la storia che vorrebbe porre la sua ultima parola ad un periodo terribile e che nessuno ha ancora chiuso davvero. Ce lo chiedono le vittime, quelle che non ci sono più e quelle ferite, abbandonate e dimenticate, quasi a dover espiare una colpa che non era la loro. Ce lo chiede la necessità di comprendere cosa siano stati, davvero, quegli anni di piombo, quella follia che intendeva disarcionare una democrazia non tra le migliori e con molte contraddizioni, ma che garantiva la libertà.
I conti.
Dobbiamo fare i conti.
Facciamoli allora questi conti e prendiamo quello che ha affermato Mario Calabresi, figlio di una vittima illustre. A lui non interessa che Pietrostefani, condannato in via definitiva come l’assassino di suo padre, debba, ad oltre settant’anni, marcire in galera. Non ha chiesto questo Mario Calabresi e non tanto perché ha deciso di perdonare, tutt’altro: perché pretende, chiede e spera di conoscere alcuni passaggi rimasti oscuri, alcune fosche verità, vorrebbe conoscere molti dei lati bui  che hanno dipinto di nero molti giorni di quegli anni.
Facciamoli i conti e non solo con le vittime ma anche con chi, in quegli anni, si è dovuto sobbarcare questa trepidante voglia di rivoluzione da parte di una sparuta truppa che attraverso la lotta armata intendeva regalare una nuova coscienza ad un popolo. Sapevano che le rette disegnate da loro arrivavano ad un infinito sconosciuto, i loro calcoli erano solo ideologici e avevano messo nel conto che il carcere poteva essere la stazione terminale del loro percorso. Speravano anche di entrare a Roma da vincitori, con le camionette e le armi in pugno, ripetere quello che era stata la nostra resistenza o la fotografia ormai sbiadita dell’ingresso di Castro e Guevara all’Avana.
I conti non tornano. Soprattutto per chi ha provato a giocare alla rivoluzione ed è fuggito a rifarsi una vita mica tanto rivoluzionaria, anzi. La loro realtà attuale è molto borghese, ben introdotti in una Parigi sonnacchiosa che li ha accolti come assistenti sociali, docenti, psicoterapeuti, intellettuali. Si sono ben inseriti e dopo quarant’anni il carcere non avrebbe nessun senso per loro.
Ma i conti non tornano. Sono abituato, da anni, a farli questi conti e li faccio, appunto, con i detenuti: quelli che il carcere l’hanno vissuto e lo vivono. Quelli che non sono fuggiti o sono stati riacchiappati. Quelli che davanti ad un ergastolo hanno provato terrore e non si sono arresi. Quelli che non hanno gettato al macero la dignità.
I conti sono questi: chi commette un omicidio, un tentato omicidio, chi uccide alle spalle un poliziotto di 25 anni colpevole solo di indossare la divisa e poi, senza neppure pensarci, si rifugia in Francia e si ricostruisce una vita, non commettendo più nessun delitto non può dire che tutto è passato, che quel poliziotto era frutto di una guerra e che sono trascorsi più di quarant’anni. Non può dirlo perché non è vero: quel poliziotto non aveva dichiarato guerra a nessuno ed è morto. Chi ha commesso quel delitto deve espiare una condanna.
Non tornano i conti di chi dice “e adesso che ve ne fate?”, non è un bel modo di ragionare. Chiederei, allora, che ce ne facevamo, dopo quarant’anni, degli aguzzini tedeschi che trucidarono gli ebrei nei campi di concentramento e, sfuggiti alla cattura,  si rifecero una vita dignitosa in Argentina ed in altre parti del mondo?
Non si liquida così un capitolo di storia.
I conti possono tornare decidendo di rifarli, di provare – come dice Mario Calabresi – a chiedere a loro, ai condannati, se sono disposti a sedersi su un tavolo e trattare il residuo della loro pena con una spiegazione diversa da quella che finora hanno dato o, addirittura, non si son degnati neppure di dare.
I conti tornano se decidono di rientrare in una comunità che hanno combattuto, deriso, infangato. I conti tornano se si partirà dagli errori, dagli orrori di una guerra non voluta da nessuno. I conti tornano se decideranno di dire “ci vergogniamo per quello che abbiamo fatto e per come ci siamo comportati”.
Lo devono alle vittime, ai loro familiari, lo devono agli italiani che in quegli anni hanno osservato attoniti ed impauriti questo terribile, inutile, sanguinoso e politicamente sconsiderato assalto al cielo. Lo devono ai loro “compagni” che sono finiti in carcere e hanno fatto i conti con la loro storia ed oggi, dopo aver pagato il conto possono, finalmente, partecipare a testa alta alla vita di un paese che è sempre stato “abbastanza” normale.
I conti.
Dobbiamo fare i conti.
In maniera definitiva,  tenendo conto solo una cosa: noi possiamo solo aiutare nella soluzione  ma i conti, alla fine, li devono pagare loro.

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