Menu
Hasta la victoria. Siempre?

Hasta la victoria. Siempre?

Sono nato nello stesso anno della rivoluzione cubana. Sono, sotto questo aspetto, figlio di Castro e di Che Guevara. Nel 2004 sono stato a Cuba perché era un viaggio che sentivo nell’anima e perché volevo vedere i colori, gli umori e le sofferenze di quella popolazione. Sono stato a Santiago de Cuba dove il turismo, quello patinato, non è molto marcato. Ho visto i cubani fare la fila per aspettare le auto vuote in quanto a Cuba, per risparmiare, è obbligatorio dare i passaggi ai propri connazionali. Ma non ai turisti. E, viceversa, se affitti una macchina non puoi dare un passaggio ad un cubano. E loro non lo chiedono. Ho visto i colori densi e dolci di un’isola fantastica, le fabbriche di tabacco e i grandi sigari, ho visto i bambini che, ordinati, si recavano a scuola scodellando un sorriso appena accennato. A Santiago, nelle strade, c’era molta cartellonistica che ricordava la rivoluzione: Castro e il Che. Molto più marcata che all’Avana. Una pubblicità che, agli occhi di noi occidentali, risultava patetica, “vintage”, ampiamente sorpassata. Eppure, dentro quelle strade vaporose si sentiva un rumore impercettibile di qualcosa che inizialmente non si riusciva a capire ma che, successivamente, prendeva corpo e camminava per tutta la città: era l’orgoglio di un popolo, era la dignità di un’isola distrutta e calpestata dai poteri forti, dall’embargo americano. All’Avana la situazione era diversa. Gli occhi del mondo avevano un’altra angolazione. C’era più polizia nelle strade e molti turisti. Nelle spiagge c’erano troppe ragazze, “jenetteras” vengono appellate, cavallerizze, che trattavano con turisti, soprattutto tedeschi e italiani. Ecco la differenza tra la nostra e la loro dignità. Quando vogliamo riusciamo a dare il peggio di noi, anche da altri parti del mondo. Sono stato a visitare il museo della “rivolucion”. Era un grande palazzo coloniale dipinto di bianco, un bianco con qualche ritaglio di grigio: un bianco che sapeva di nostalgia. Non c’erano scritte in inglese e questo lo trovai bellissimo. Solo spagnolo, la loro lingua. Era raccontata la storia dalla parte dei vincitori: di Fidel e del Che. Ma si capiva che l’altra storia, quella dei falsi perdenti, quella delle multinazionali e del potere aveva stravinto. Lo si leggeva dai silenzi che si ascoltavano tra il rumore di una vecchia auto e le urla di chi ti voleva vendere un sigaro nelle vie principali, gonfie di turisti. Lo intravvedevi nelle librerie dove i volumi erano vecchi e consunti e parlavano solo del passato. Si capiva che si aveva paura di alzare lo sguardo verso un orizzonte che prevedeva, chiaramente, l’omologazione. Nel 2004 l’avvento di internet era ormai cominciato in tutto il mondo. Ma non a Cuba. Era un’isola che non era connessa con gli altri. Viveva questa strana e incomprensibile solitudine. Almeno a guardarla con i nostri occhi. Cuba era lo scoglio ruvido ma bellissimo davanti ad un mondo che, apparentemente correva veloce, ma non andava da nessuna parte. Non mi interessa, oggi, dire chi ha vinto e ha perso e tralascio le nefandezze di Cuba e quelle commesse al popolo cubano. Come direbbe Fidel: “La storia giudicherà”. Mi piace oggi, ritornare con gli occhi a quelle lunghe passeggiate davanti al mare dell’Avana, a vedere quel colore forte di un mare dolcissimo e aspro, davanti ad un Mojto e alle gigantografie di Fidel e del Che: “hasta la victoria, siempre”. Sapere poi chi ha vinto e chi ha perso non è semplice. Come la caduta dell’embargo annunciata da Barak Obama: forse si allarga l’ orizzonte, forse. Ma si scoloriranno, fino a scomparire, le gigantografie di Fidel e del Che. Sarà che quella rivoluzione è nata con me e sarà che ha una certa età ma, a guardarla con gli occhi della storia imprime un’immensa e stupenda tenerezza.

Lascia un commento