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facebook: mi piace e non mi piace

facebook: mi piace e non mi piace

Ho riflettuto molto su cosa sia stato (ed è) Facebook per chi lo frequenta più o meno assiduamente. Gli albori (parlo del 2006, anno della mia iscrizione) vivevano la frenesia della novità. Sembrava che il mondo fosse divenuto improvvisamente piccolo e che tutti fossimo “amici”. In poco meno di un anno mi trovai con circa 5000 amici (molti dei quali repentinamente abbandonati) perché rispondevo sempre si alle richieste e perché molte le cercavo anche io. Avevo un sito, un blog, avevo scritto dei libri, intendevo far parte di una comunità e quindi, era normale cercare il consenso. Ecco, quello che non avevo riflettuto negli anni, appare adesso, come una illuminazione. Facebook non ama il dissenso. Esiste la locuzione “mi piace” ma non il suo contrario. Puoi abbandonare gli amici ma loro non lo sapranno mai (soprattutto quelli che amici, in realtà, non lo sono mai stati). Questa strana agorà è piena di gente che può solo essere d’accordo con te. Oppure legge e non clicca “mi piace”. FB è una falsa democrazia, è la rappresentazione di un mondo che non c’è. Attenzione: su FB ci sono gruppi razzisti, xenofobi, pedofili che cercano foto di minorenni (che noi, forse stupidamente, e senza rendercene conto, postiamo) ma il mondo è chiuso. Io posso dialogare solo con i miei amici e nella pagina principale leggo soltanto frasi o guardo filmati o foto di chi è amico mio o, al massimo, amico del mio amico. I razzisti con i razzisti, gli xenofobi con gli xenofobi e così via. Messa così la mia comunità virtuale è sempre d’accordo con me ed io con loro. Ci scambiamo tanti “Mi piace” e sorridiamo dei post che troviamo, di volta in volta, pubblicati sulla pagina principale o sul nostro diario. FB è la vetrina del consenso. I miei amici sono tutti contro i razzisti, sono tutti molto political-correct, sono mediamente lettori di libri e amanti di bei film e di buona musica. Almeno secondo me. Mi è capitato di ricevere, per esempio, un messaggio da un amico che mi avvisava di stare attento ad un certo signor x che era dichiaratamente di “destra”e che amava “Mussolini”. Conviene “cancellarlo”, mi scrisse. Il nostro mondo chiaramente non lo prevedeva. Quello virtuale di FB. Quello reale invece è completamente diverso. Ci sono persone e situazioni che non ci piacciono e ci sono persone cui noi non piacciamo. Il mondo reale è molto più complesso e, a volte, meglio non metterci il naso. FB diventa, così, la nostra coperta di Linus. Arriviamo davanti al computer e scriviamo qualcosa, anche minimalista e subito, come d’incanto, c’è qualcuno dall’altra parte che risponde “mi piace”. Ho letto “Oggi sono molto arrabbiato” e sotto vi ho trovato 20 mi piace. Ho letto “Vorrei capire perché non trovo lavoro” e sotto vi erano 20 “mi piace”. Allora ho cominciato a riflettere. FB è semplicistico e non prevede il dialogo. E’ americano, spiccio, arido, pragmatico. Divide il mondo in ”I like” e il resto non esiste. Non è previsto il “non mi piace”. Un po’ come nei grandi magazzini: tutto brilla e tutto è bello. Non è previsto “il brutto”. E’ vero che possiamo commentare il post e manifestare il nostro dissenso. Ma sono sempre pochi quello che lo fanno. Discutere, argomentare costa. Meglio il semplice “mi piace”. Che seminiamo, a volte, giusto per compiacenza, per dimostrare che esistiamo, che facciamo parte del “gruppo”, che siamo all’interno di quella comunità virtuale che difficilmente si incontra. E’ anche vero però che FB ha fatto incontrare persone che non si conoscevano o che si erano perse di vista. Questa è la situazione decisamente più bella e intensa. Personalmente ho avuto modo di apprezzare moltissime persone che senza FB non avrei mai incontrato, seppure virtualmente. Alcune di loro le ho poi conosciute e, devo dire, che l’incontro è stato anche superiore alle attese. Con loro mantengo un rapporto “stretto” e ci incontriamo spesso nelle pagine dei nostri diari. Poi, però, tutti osservano dalla finestra i nostri gesti e non intervengono se non con sporadici “mi piace” o con gli auguri del compleanno. Tutto questo ha bisogno di una rivisitazione da parte di tutti. Dobbiamo riflettere su alcuni passaggi e dobbiamo capire se FB possa essere il nostro diario sul mondo, gonfio di cose che riguardano noi (foto, parole, video) o, piuttosto, debba diventare un semplice strumento per raccontare e raccontarsi ma anche per dissentire quando ne sentiamo la necessità. Sono figlio di una generazione perduta e, in qualche maniera dimenticata, quella che andava ai “cineforum” a dibattere sul film, a parlare di libertà e di giustizia, quella che volantinava davanti alle scuole, che diceva che questo mondo andava cambiato. Nelle manifestazioni, durante la proiezione dei film, nelle letture in piazza, nessuno diceva “Mi piace” e incontravamo anche quelli che non erano d’accordo con noi. Tutti, con il naso all’insù a osservare l’asticella del nostro futuro, a tentare di saltare senza l’aiuto di nessuno. Avevamo mezzi che erano le parole e le coniavamo in maniera funambolica, a volte ampollosa e pedante. Perché avevamo la necessità di spiegare, di capire e di farci capire. Quando Berlinguer annunciò il compromesso storico non ci furono le schiere dei mi piace e non mi piace. Ci furono furiosi dibattiti nelle radio libere e nelle sedi del PCI. Il lago di parole è divenuto, con l’avvento di Facebook, una semplice pozzanghera. E questo, prendetelo come il pensiero di un vecchio romantico, non mi piace. Non mi piace affatto. Ve lo volevo comunicare. Perché sul “non mi piace” non ci posso cliccare.

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