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Facebook e la cultura del dissenso

Facebook e la cultura del dissenso

Ringrazio l’amico Emiliano che ha partecipato al dibattito su Feisbuk partendo da alcune mie considerazioni alle quali devo e voglio rispondere. Non posso (non è nelle mie corde) raggiungere la liricità ironica del buon Emiliano (ho sempre pensato che sia un grandissimo affabulatore che merita altri lidi) ma proverò ad argomentare così come si faceva una volta nei quotidiani un bè seri dove ad un editoriale si rispondeva con altro editoriale e si controbatteva e ci si appassionava. Ecco, il punto è proprio questo e con la mia nota precedente (per chi se l’è persa la trova sulla pagina delle mie note o all’interno di questo blog) volevo ribadire un concetto che non è da poco, a pensarci bene. Anzi, è fondamentale per la democrazia (oddio, che parolona). Parlo della cultura del dissenso oggi poco utilizzata. Ci siamo costruiti un mondo di plastica dove non essere d’accordo con l’avversario è politicamente scorretto, dove dire quello che si pensa è sconveniente (nel senso letterale del termine: non conviene) e dove si deve applaudire sempre e comunque: allo stadio, anche se lo spettacolo è indecente o il risultato è frutto di scommesse clandestine; ai concerti, anche se il cantante non risponde a quando promesso; all’interno delle tribune più o meno politiche, giusto per denigrare gli altri; si applaude anche ai funerali ce questo lo ritengo davvero fuori luogo.

Oggi, nell’era berlusconiana (chea torto o ragione non si è ancora conclusa) non può esistere la cultura del dissenso. Se andiamo contro Monti non abbiamo a cuore l’Italia, al massimo ci accontentiamo dello sberleffo e FB è pieno di vignette più o meno critiche e ridanciane su Monti e i suoi ministri (davvero cafona quella sul gioco del cognome di Passera, ma questi sono i tempi). Insomma non si può dissentire e il mondo di FB risponde a questa caratteristica: puoi usare il “mi piace” ma non il suo contrario. Qualcuno, intervenendo al dibattito ha comunque affermato che se uno non è d’accordo può “argomentare”. Vero. E anche qui rispecchiamo il luogo comune della “maggioranza silenziosa” contrapposta alla “minoranza rumorosa”.

Insomma, il rompiballe che scriva, che parli, che argomenti, che tanto è solo un solitario, uno che dissente per il gusto di dissentire, che non gli va bene mai niente, gli altri, la maggioranza plaudente cliccherà invece su “mi piace” senza buttarla sul sottile, senza dover spaccare il cappello in quattro. Quando ho pensato a tutto questo avevo in mente un intellettuale forte e duro e sono stato felicemente costretto a ripassarne la vita attraverso l’intenso libro di Trevi “qualcosa di scritto”. Parlo, ovviamente di PPP, di Pier Paolo Pasolini. Della sua cultura del dissenso, di quel suo ricercare spasmodicamente le argomentazioni, di quel suo voler discettare, analizzare, verificare, di quella sua bellissima passione, della sua grazia, delle sue analisi lucide, analitiche, mai banali. Nelle quali non sempre mi riconoscevo. Ci sono interventi (riproposti in “scritti corsari”) che non condivido e mai, dico mai, avrei cliccato “Mi piace” qualora PPP li avesse pubblicati su FB, ma sono anche convinto che su certi pezzi che amo e che fanno parte della mia formazione culturale mai avrei cliccato semplicemente “mi piace”. Sarebbe stato riduttivo. FB è una comunità di persone che si affaccia con le proprie voglie, le proprie contraddizioni, le proprie passioni utilizzando uno strumento libero. Chi lo fa ha la libertà di scelta e grazie a questa libertà accetta o non accetta amicizie, mette le foto che crede, manda i messaggi a chi vuole. Tutto molto bello, molto condivisibile. Però troppo accondiscendente. La mia precedente nota voleva evidenziare che in FB non esiste il dissenso per le cose che fanno gli altri. Puoi parlare male degli altri, è vero, e sotto puoi aggiungere “mi piace” (e, ripeto, se qualcuno parla male di un altro posso essere d’accordo, ma non “i like”) ma non puoi dissentire da quello che gli altri scrivono. Puoi solo ribattere. Non puoi dire, semplicemente “non sono d’accordo”. Ecco, democraticamente o ci sono le due semplici possibilità o dovrebbero non esserci entrambi. La maggioranza silenziosa avrebbe qualche problema in più.

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