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C’era una volta in Italia Sergio Leone

C’era una volta in Italia Sergio Leone

La faccia di Clint Eastwood mentre si mastica il sigaro. Quel primo piano bellissimo e intenso. Quel colore fermo, quella polvere che non camminava dentro un West che non esisteva.
Sono cresciuto con i film di Sergio Leone.
Li ho amati da sempre.
Ho imparato ad osservare con gli occhi di un immenso regista gli sguardi degli uomini. Perché questo sapeva fare Leone: dare vita vera a tutti i personaggi. Ci sono sequenze memorabili. Il brutto che sta per essere ucciso e il fucile del Bello (Clint) che echeggia nella valle e colpisce la corda. Con la musica immensa di Ennio Morricone.
Non ne hanno più fatto di film del genere.
Non era possibile.
E nessuno capì, da subito, che quelli non erano “spaghetti western” ma semplici e irraggiungibili opere d’arte.
Quel cinema cambiò le inquadrature del futuro della celluloide.
Coppola, Tarantino, Scrozese,Almodovar e lo stesso Clint passarono per la strada costruita da Sergio Leone.
Lui, con l’ironia dolcissima, aveva previsto che Clint Eastwood fosse un buon attore (seppure gli si attribuisce una perfidia nei suoi confronti quando affermò che Clint sapeva produrre due sguardi intensi: Clint con il cappello e Clint senza cappello ma è, appunto, una cattiveria) ma non aveva previsto che il suo attore preferito diventasse un grandissimo regista, grazie agli insegnamenti del suo maestro.
Sergio Leone nacque il 3 gennaio 1929 ed oggi avrebbe, se fosse stato vivo, 87 anni. Ed invece, se ne andò nel 1989, all’età di 60 anni.
Di lui amo soprattutto un film, che rappresenta la bellezza e l’essenza del cinema, inteso come passione pura: “Cera una volta in America”.
Quel telefono che squilla all’inizio mentre la camera da presa, in primo piano scruta oggetti, stanze, locali, sino a giungere alla risata di un Robert De Niro gonfio d’oppio.
Lo sguardo di Sergio Leone è stato davvero avvolgente.
Il suo western un atto d’amore.
Chi guarda i suoi film non può invecchiare.
Non se lo può permettere.

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