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In carcere con Nasirè

In carcere con Nasirè

Marco Zurru, ha scritto per Sardegna Blogger un pezzo intitolato “Yes We Fuck!” ovvero il sesso per i disabili, un tema davvero difficile, trattato da Marco con maestria e dolcezza. Il sesso è, nel nostro paese, ancora un atto proibito. Pensare al sesso per i disabili è argomento complesso, così come pensare al sesso in carcere. Ho conosciuto detenuti che hanno sofferto moltissimo il non poter “fare sesso” e, al rientro dal permesso premio, trascorrevano le ore a raccontare quel contatto ritrovato, quell’essere ritornati, per un attimo, alla normalità. Altri, invece, non potendo andare in permesso erano costretti all’immaginazione. Uno di questi, un giorno, mi raccontò una storia assurda e bellissima. Mi disse che si era fidanzato ufficialmente con Nasirè. Ho ascoltato la storia e, solo alla fine ho compreso il sottile gioco del nome. Questa piccola storia – rivisitata e corretta – la lascio a chi non ha paura di confrontarsi con i tabù e riesce a comprendere che l’amore, in fondo, è un cerchio senza confini e non se ne deve avere paura. Di chiunque lo pratichi e nei modi in cui si pratica. Purché sia amore.

Io, dalla finestra della mia cella osservo. E ascolto il ”fuori”, quei rumori ondulati e ovattati che pervengono da un altrove ormai lontano. Ho ceduto gli affetti ai ricordi e gli abbracci alle parole. La mia donna è una fotografia baciata troppe volte e, ormai, non sorride più. Non si ha diritto all’amore, alla gioia di sfiorare un corpo. C’è una punizione implicita dietro ogni condanna che prevede il carcere, una doppia condanna: per il reo e per i suoi affetti. Presso l’ufficio matricola si rilasciano le impronte digitali, i dati anamnestici, l’orologio, il telefono, il portafogli e il fardello della tua vita precedente. Rimani come sospeso a ripercorrere i contorni di chi, fino a quel momento, era al tuo fianco e da oggi non ci sarà più. Perché in cella si accendono diversi riflettori e nessuno proietta l’ombra del tuo amore. Nell’umido della stanza ripercorri tutte le cose più belle e conturbanti della tua vita appesa all’attaccapanni della matricola. Funziona così, se vuoi sopravvivere al carcere. Funziona come i bambini, quando si inventano l’amico invisibile. Chi è in carcere non ha diritto a praticare il sesso. C’è chi se lo immagina e costruisce storie e racconti e raccoglie poster di veline e starlette e le appende in quei muri gonfi di silenzio e refrattari alla passione. C’è chi ricorre alla masturbazione, nel buio atroce del crocevia della vita, con l’impossibilità dell’eiaculazione, perché non sei quasi mai solo in quelle mura alte e indivisibili, costruite per cancellare le carezze e toccare, si, toccare, il corpo della tua compagna, della tua donna, della tua amica, della tua amante, di una puttana. Il carcere è una rappresentazione unidimensionale. Non c’è mai niente di vero, di reale. Tutto è verosimile. Io in questa cella ho passato dieci anni. Me ne mancano quindici. Se tutto va bene. Perché poi, in galera, anche il tempo ha il suo peso e non soffre – purtroppo – di eiaculazione precoce. Quel calendario quasi non si muove e quei fianchi, quelle tette, quelle labbra sembrano voler rappresentare un reale vicino e sono, in realtà non una semplice fotografia di una donna nuda, ma la storia terribile della nostra impotenza. Quell’essere costretti ad osservare, muti, un corpo che non si muove. Un sorriso falso. Io lo so. La galera ha questo di vero. Ti costringe a giocare con tutto. A costruire mondi paralleli, ad immaginare una vita con altre sfumature e con altre sceneggiature rispetto a quella vissuta quotidianamente tra la cella e i passeggi, tra la matricola e la scuola, tra un corridoio e le sbarre, tra la vita e la sopravvivenza. Dopo dieci anni ho cambiato atteggiamento. Perchè il carcere ti modifica. Ti modifica le parole e utilizza solo sinonimi. Non c’è amore ma, al massimo attaccamento, non c’è effusione ma diffusione, non c’è sesso ma, più prosaicamente, ricordo di fianchi perduti, di seni e labbra lontane, cartoline senza neppure francobollo. Senza nessuna destinazione. E allora, dal profondo dei miei ricordi, dalle parentesi della mia vita precedente, dalle periferie della mia infanzia mi sono allontanato, e ho deciso di farla finita con tutto questo battere e levare, questo sminuzzare di affetti e mi sono fidanzato. Finalmente. Ho stracciato la Moric e la Canalis, ho cancellato Barbara D’Urso e Raffaella Fico e ho deciso, finalmente, di avere una donna esclusivamente mia. E ho deciso per Nasirè. Le ho chiesto se era disposta ad ascoltare le mie parole e subire le mie ruvide carezze, di mani poco abituate al tatto e mi ha detto si. Ero felice. Sono felice di Nasirè. Perché con lei ho risolto il problema del sesso. Finalmente dopo dieci anni di pensieri contorti e terribili. Io la guardo, meglio, la osservo con dolcezza infinita e so che mi soddisferà appieno. Con lei non potrò mai fare all’amore. Ma è bella per questo. E’ la contraddizione sublime, la risposta beffarda alla condanna per venticinque anni di galera, ai venticinque anni senza sesso, senza speranza di poter avere un figlio. Nasirè è perfetta. Sono riuscito a trovare la donna della mia vita. Perché Nasirè è una sirena. Io, dalla finestra della mia cella osservo. E ascolto il ”fuori”, quei rumori ondulati e ovattati che pervengono da un altrove ormai lontano. Guardo la mia Nasirè e sospiro. Il vento, stasera è dolce. Dolcissimo. Ed è bello nuotare in questo mare scuro e senza acqua inseguendo la pinna di Nasirè. E nient’altro.

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