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Bisogna saper perdere, cara Dinamo

Bisogna saper perdere, cara Dinamo

E’ facile scrivere delle vittorie e degli eroi.
E’ appassionante narrarne le gesta, caracollare verso esercizi di stilistica e di retorica, riempire le frasi di metafore legate all’unicità, alla plasticità dei gesti.
Più difficile, sicuramente, è raccontare le sconfitte, riconoscere i propri errori, applaudire l’avversario.
Ecco perché il personaggio del giorno è la Dinamo Sassari e non la Grissin Bon di Reggio Emilia che ha vinto, meritatamente, i quarti di finale dei paly off della serie A di Basket.
Li ha vinti perché ha utilizzato l’unica arma vincente che lo scorso anno era stata sfoderata dalla Dinamo: la passione.
Lo sport, che vive sicuramente di preparazione atletica, non può funzionare senza l’elemento chimico imponderabile: crederci.
Si vincono le sfide solo ed esclusivamente perché in quei momenti – non prima e non dopo – hai deciso di esserci.
La saga delle sfide dello scorso anno camminavano su un unico segmento: stare lì davanti alla possibilità, raccoglierla e portarla a casa.
La Dinamo in tutto questo campionato non ci ha creduto. Come uno studente che ha studiato, ma davanti all’esame finale dimostra poca brillantezza. Il suo bagaglio culturale distrutto dalle emozioni, dalla mancanza di scommettere su ciò che si è.
La Dinamo non ha perso a Sassari con Reggio Emilia, vice campione d’Italia.
La squadra ha perso da molti mesi, utilizzando solo a fasi alterne il proprio talento, ma non riuscendo quasi mai a divertirsi. E lo sport, in fondo, è un gioco. In questo caso, seppure la squadra è rappresentata da singoli, nella sconfitta ci sono tutti.
Così, come siamo stati capaci e bravi a raccontare le gesta degli eroi, dobbiamo con la stessa forza e la stessa passione ammettere che la DInamo ha perso meritatamente e giustamente alle semifinali è approdata la squadra più bella, più forte, più determinata, più cinica, più chimicamente preparata: la Grissin Bon di Reggio Emilia.
Che somiglia terribilmente alla Dinamo dello scorso anno.
Non è, però, una gran bella consolazione.

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