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Abbiamo sbagliato (La NUova Sardegna, 5 febbraio 2020)

Abbiamo sbagliato (La NUova Sardegna, 5 febbraio 2020)

Siamo quelli che abbiamo sbagliato. A fidarci dei cattivi, a dar retta agli assassini, a credere che tutto fosse possibile, che tutto fosse facile, rotondo, senza intoppi che segnassero il passo delle esistenze. Siamo quelli che ci siamo  fidati, che abbiamo scommesso, che ci abbiamo provato, tentato; abbiamo voluto con forza trovare sorprese negli sguardi spenti degli uomini, siamo quelli che stringendo una mano abbiamo sentito la voglia di ricominciare. Abbiamo sbagliato e ci siamo sbagliati. Come sempre e da sempre accade. Perché non è semplice aprire il cancello a quello che è stato orco, a quello che ha ucciso con rabbia e ferocia un uomo, una donna, un bambino. A quello che ha stravolto vite e ha seminato lacrime in quello che è divenuto deserto per molte famiglie. Siamo quelli che non abbiamo buttato la chiave. Siamo quelli che abbiamo addolcito, ad un certo punto, quella serratura. Siamo noi che abbiamo dato un parere utile affinché  quel detenuto potesse godere di un permesso premio, di una semilibertà, di un affidamento in prova al servizio sociale. Noi siamo i colpevoli: educatori, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, direttori di carcere, cappellani, mediatori, volontari, magistrati di sorveglianza, medici e psichiatri. Noi siamo quelli che abbiamo costruito un’altra sentenza, scardinato la sicurezza della condanna, minato la certezza del carcere, ma non della pena. Siamo quelli che proviamo a riparare anime ingiallite, cuori che non soffrono, volti che non sorridono. E ci sbagliamo: mica una volta. Ma dieci centro, forse mille e mille ancora. Siamo abituati a respirare la polvere delle sconfitte, a raccogliere i cocci delle esistenze e siamo abituati a sentire gli sguardi obliqui di chi, invece, aveva la certezza che sciogliendo la chiave della cella tutto sarebbe stato semplice, tutto sarebbe stato fluido, facile.L’assassino non può più avere un’altra opportunità, non può permettersi di continuare ad uccidere. Abbiamo sbagliato e adesso che è successo, che un uomo dopo aver ucciso un ragazzo per un qualcosa di futile (un’auto sportiva) è accusato di un nuovo delitto, è fortemente indiziato di aver ucciso la compagna occultandone il corpo, depistato  le indagini facendo credere che, almeno virtualmente,  era ancora viva, mantenendo  un distacco totale da ciò che viene accusato. L’imputato è un detenuto condannato definitivamente all’ergastolo e da qualche anno in semilibertà. Ci siamo fidati e abbiamo sbagliato. Nonostante fosse tutto oggettivamente perfetto: il suo percorso in carcere, la sua condotta, il suo progetto per provare a ripartire, la sua voglia di riscattarsi. Abbiamo sbagliato a concedergli per oltre cinque anni dei permessi premio dai quali è regolarmente rientrato, abbiamo sbagliato a permettergli di lavorare in carcere, di studiare, di potersi confrontare con gli altri; abbiamo sbagliato a pensare che la semilibertà se la potesse meritare: anche se la Legge lo prevedeva potevamo dire no e non lo abbiamo detto, il Pubblico Ministero poteva impugnare il provvedimento e non lo ha fatto. Noi, nel nome del popolo italiano e delle leggi che questo popolo si è dato abbiamo sbagliato. Terribilmente. Lo ammettiamo con il nero della morte nella coscienza, con il dolore intenso di chi fallisce nel proprio lavoro, di chi è costretto a confrontarsi con molti Caino sparsi nelle carceri. Però almeno una cosa si dovrebbe dire, perlomeno sussurrare: l’errore era forse previsto, prevedibile, ma non faceva parte della nostra razionalità con la quale siamo abituati a soppesare le cose. Così come un medico opera sempre un  paziente anche se, a volte, non ha la certezza di salvargli la vita, noi abbiamo provato a sanare ciò che era fortemente compromesso. Ci sono state moltissime operazioni perfettamente riuscite che nessuno racconta. Questa è una delle poche, tra le tantissime, che abbiamo sbagliato. E non ce lo perdoneremo mai. Ma continueremo ad operare convinti che questa sia la strada per dimostrare che gli uomini, tutti gli uomini,  meritano un’attenzione. Nel rispetto delle leggi e della Costituzione.

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