Sulle note di Era già tutto previsto – canzone immensa – sta andando in scena lo scontro tra i sostenitori del sì e quelli del no. Non a un confronto, sia chiaro, ma a qualcosa di più simile a una partita di calcio giocata senza pallone, o con troppi palloni lanciati contemporaneamente in tribuna.
Si capiva subito che le argomentazioni giuridiche non avrebbero sedotto nessuno. Il dibattito si è così trasformato in una zuffa permanente, tanto confusa che un eventuale arbitro, ammesso fosse riuscito a separare i contendenti, non avrebbe comunque saputo spiegare perché si stessero prendendo a calci.
A quel punto è iniziato il gioco delle etichette. “Votano sì i mafiosi”, dice qualcuno. E allora, per simmetria tutta italiana, gli altri controbattono: “Votano no i truffaldini”. “Votano sì i fascisti”. Bene, allora “votano no gli odiatori”. Un ping-pong morale in cui la palla non tocca mai terra e la realtà resta comodamente fuori dal campo.
Si sono riempite le piazze, i teatri, le sale convegni. Da una parte i cultori del cambiamento, dall’altra i custodi dell’intangibile. Tutto previsto. Tutto ordinato. Tutto rassicurante. Perché ciascuno parlava ai suoi, e i suoi annuivano. Nessuno che ascoltasse davvero l’altro. Nessuno che rischiasse il dubbio.
La sorpresa – se così vogliamo chiamarla – è arrivata dopo. Nessuno disposto ad ascoltare davvero le ragioni dell’altro. Tutti convinti, tutti fedeli. Non alla Costituzione, ma alla squadra. E una squadra, si sa, si ama sempre. A prescindere.
Era questo che temevo. Che si arrivasse a votare per appartenenza, non per convinzione. Forse non è solo un vizio italico, forse funziona così anche altrove: non leggere, non ascoltare, non capire. Io scelgo quello che mi dicono di scegliere. Una scelta infantile, certo. Ma rassicurante.
In fondo, siamo anche questo. O lo siamo diventati. E non è un bello spettacolo.
Questo articolo è stato scritto il giovedì, Febbraio 12th, 2026 at 19:58
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