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La sostenibile leggerezza dell'essere stati comunisti contro il terrorismo.

La sostenibile leggerezza dell’essere stati comunisti contro il terrorismo.

Voglio ritornare sulla storia dell’essere comunisti, non solo perché in parte è la mia storia, la mia isola di formazione, ma soprattutto perché in questi giorni i giornali, grazie alla cattura di Cesare Battisti, hanno provato a ripercorrere cosa fossero quegli anni e che cosa accadde quando c’erano i comunisti, da non confondere con il terrorismo. Una lucida analisi è riportata sul quotidiano Il Foglio, in edicola il 21 gennaio, con un articolo dall’eloquente e chiarissimo titolo: “Eravamo comunisti, in guerra con il terrorismo” dove il giornalista Francesco Pacifico raccoglie la testimonianza di chi in quegli anni comunista – nel senso di militante del partito comunista italiano – lo era per davvero: Giuliano Ferrara. Nato nel 1952, Figlio di un dirigente del partito comunista italiano, giornalista, inventore della televisione urlata, ministro ai rapporti con il Parlamento del primo governo Berlusconi, fondatore del Foglio, Ferrara  è persona intelligente, sagace, partigiano (nel senso che in maniera anche virulenta parteggia con enfasi e demagogia) ma è anche uno che, come me, vuole difendere la sua storia e quella di un paese troppo abbagliato da sirene e alchimie che fanno finta di non comprendere l’importanza delle parole. Perché – e lo dico senza nessuna acredine – credo che Salvini abbia usato  volutamente la frase “abbiamo assicurato alla giustizia un terrorista, un comunista” perché sapeva che avrebbe fatto breccia in una certa terra di mezzo dove si annidano molti italiani, quelli sempre pronti a modificare gli assetti ideologici molto velocemente, abili nel cambio di casacca tanto quanto il loro “capitano”   quando  – con sempre più disinvoltura e poca vergogna –  indossa le giacche dei rappresentanti dell’ordine.
Giuliano Ferrara difende quel partito, difende quegli anni, difende la sua storia e facendolo prova anche a difendere le scelte, a volte dolorose e sofferte, che il più grande partito comunista d’occidente fece in quegli anni. Sapevo che a Torino c’era stata, da parte del PCI, una richiesta alla base del partito di denunciare quelli che simpatizzavano un po’ troppo con il terrorismo, quelli vicini a Potere Operaio e anche quelli che militavano in Lotta Continua. Nelle fabbriche, ricorda Ferrara, ci fu uno sviluppo preoccupante sul fiorire di cellule brigatiste o, comunque, “fiancheggiatrici”.
L’ho ricordato nel mio precedente intervento che il clima era teso, livido, cattivo, ma un conto era vivere ed osservare queste cose da un luogo lontano dalle lotte, come poteva essere Alghero, città abbastanza avulsa da questi tormenti terroristici, un altro era vivere e lottare in una città operaia come Torino, dove infuriava la battaglia contro i licenziamenti degli operai della Fiat decisi da Romiti,  e con Berlinguer ai cancelli che chiedeva di occupare le fabbriche come risposta al padrone (a quei tempi la parola si usava ed era di moda). Giuliano Ferrara, uomo impulsivo e di polso, venne mandato a Torino da un altro uomo sanguigno e comunista nel senso più alto del termine: Giancarlo Pajetta. Nei ricordi di Ferrara Torino appare come una città con una realtà particolare: serpeggiava un’opacità operaia e quell’opacità significava omertà. Denunciare i propri compagni era visto come una delazione infamante e molti rinunciavano. In fabbrica si avvicinavano i terroristi che volantinavano e molti operai li aiutavano, ma nessuno parlava. Il clima era davvero pesante e chi ha vissuto quegli anni se li ricorda senz’altro. Il partito armato non aveva dietro di sé le masse come, invece, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, ma le brigate rosse erano militarmente organizzate ed agguerrite. Volevano abbattere lo stato imperialista delle multinazionali  ma utilizzavano delle forme, per dirla con Ferrara, democraticamente intollerabili: sparavano, gambizzavano, sequestravano e ammazzavano. E’ il punto dolente quello delle morti e dei funerali che accomuna il mondo della sinistra e della destra: da una parte c’erano i funerali delle stragi di Stato volutamente neofasciste, dall’altra quella di dirigenti Fiat, giornalisti, giudici, uccisi dalla follia delle brigate rosse e altri gruppi terroristici che utilizzavano la parola “comunismo”. La lotta politica del partito comunista in quegli anni si poteva sintetizzare nel tentativo, con Berlinguer, del  famoso compromesso storico con la Democrazia Cristiana e di portare i comunisti, per la prima volta, al governo. Era una strategia di lungo termine, cominciata agli inizi degli anni settanta e che si sarebbe concretizzata – ma solo in parte – con il governo Andreotti voluto da Aldo Moro, governò che giurò proprio il 16 marzo 1978, giorno del rapimento del presidente democristiano.
A Torino, dunque, si varò il questionario anti-terrorismo  con una domanda che divenne famosa: “Avete informazioni da fornire riguardo possibili attività terroristiche nel vostro quartiere o nella vostra fabbrica?” Si garantiva l’anonimato ma fu una scelta  molto criticata.  Eppure quel questionario – ricorda sempre Ferrara – si fece con l’apporto della Procura della Repubblica, con il consiglio regionale e molti partiti democratici ed antifascisti. Era un momento eccezionale perché, appunto, le circostanze erano “eccezionali”.  Ci fu chi urlò contro questa scelta. Uno fra tutti Nuto Revelli, eroe della resistenza che disse: “Noi partigiani quelli che facevano la spia, li seccavamo”. E’ chiaro che il clima era davvero elettrico all’interno del Partito comunista italiano e a risolverlo ci pensò il segretario nazionale: Enrico Berlinguer che nella relazione introduttiva al XII congresso del partito citò il questionario e fece un aperto plauso ai compagni torinesi.
Eppure, ricorda Ferrara, Torino decise di non compilare il questionario: forse per paura, forse per necessità, ma molti non se la sentirono di denunciare i compagni operai. Quel questionario però non fu apprezzato dai terroristi che lo videro come primo vero attacco al loro ipotetico consenso delle masse operaie. Il PCI continuò sulla strada della collaborazione con le forze di polizia e contribuì non poco a sconfiggere il terrorismo nero e rosso. Ci volle la morte dell’operaio Guido Rossa – che denunciò gli attivisti e fiancheggiatori terroristi in fabbrica –  per convincere la classe operaia che occorrevano delle scelte ponderate, giuste ma decise,  dalla parte della nazione. Ci si convinse, finalmente,  che essere comunista era identificarsi in Guido Rossa e non certo in Renato Curcio. Ecco perché dire che Battisti è un terrorista comunista è profondamente sbagliato, oltre che ingiusto. Salvini voleva sviare le masse e allargare il consenso in quei vicoli che una volta erano frequentati da Berlusconi, un altro che abusò del termine comunista con scientifico utilizzo. (e qui chiederei all’ex Ministro Ferrara come riuscì a convivere con questa enorme contraddizione). Salvini non ricorda (meglio, fa finta di non ricordare) che anche lui ha un passato di “comunista” ma, come conclude  in maniera geniale Giuliano Ferrara: “Salvini non ha un passato, ma vive in un eterno presente”. E’ un’affermazione terribilmente vera alla quale aggiungerei: “e non racconta nulla del futuro”.
Avevo cominciato con il dire che intendevo difendere il mio passato perché, a differenza di quello che pensa Salvini è importante conoscere la storia degli uomini e la coerenza di ognuno di noi. Adesso, che sono giunto sull’orlo dei sessant’anni, non posso non rimarcare con orgoglio di aver amato gente come Gramsci, Berlinguer, Pasolini, Ingrao, Pajetta e di essere stato “comunista” come lo era Guido Rossa e non come il terrorista Cesare Battisti.

20:59 , 22 Gennaio 2019 Commenti disabilitati su La sostenibile leggerezza dell’essere stati comunisti contro il terrorismo.