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Un decreto inutile

Un decreto inutile

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Non siamo ingenui, o meglio: non abbiamo più il diritto di esserlo. Perché l’ingenuità, oggi, è una forma di complicità. Varare un decreto che vieta la vendita dei coltelli ai minori non è un atto di governo, è un gesto teatrale, un atto simbolico messo in scena per dare al Paese l’illusione di essere governato. È propaganda allo stato puro, ed è propaganda consapevole, lucidamente costruita per tranquillizzare le coscienze e spostare lo sguardo altrove.

Bisognerebbe allora domandarselo, con un minimo di onestà intellettuale: davvero questi uomini che guidano uno Stato che ama definirsi avanzato, civile, occidentale, credono che i ragazzi entrino in un negozio, con la paghetta in tasca, per comprarsi un coltello da usare contro le persone? Davvero pensano che la violenza giovanile passi da una cassa fiscale, da uno scontrino, da una norma scritta in burocratese? Questa non è ignoranza, è qualcosa di peggio: è la scelta deliberata di non capire.

Siamo davanti a una classe dirigente che non conosce il proprio Paese, che non frequenta i suoi margini, che non ascolta le sue periferie, che non ha mai attraversato il rumore sordo delle scuole abbandonate, delle famiglie spezzate, dei quartieri senza futuro. Eppure si proclamano patrioti, difensori della nazione, custodi dell’ordine. Ma quale ordine? L’ordine delle celle, dei cancelli, delle manette facili. L’ordine della punizione come unica grammatica politica.

Perché la verità, quella che nessun decreto vuole guardare, è che la violenza minorile non nasce dai coltelli, nasce dal vuoto. Dal vuoto educativo, dal vuoto sociale, dal vuoto di senso. Nasce da anni di disinvestimento sulla scuola, sulla cultura, sui servizi, sull’inclusione (e qui la colpa è di troppi governi). Nasce da una società che ha smesso di parlare ai giovani e ha iniziato solo a temerli. E quando un ragazzo grida, quando rompe, quando sbaglia, la risposta di questo governo è sempre la stessa: silenzio e carcere.

Ma rinchiudere un minore non è fare giustizia, è spezzare definitivamente un legame. È dichiarare fallito un patto sociale che avevamo costruito con fatica, con lentezza, con civiltà giuridica. È dire: non ci interessa più capire, ci basta contenere. Non vogliamo trasformare, vogliamo neutralizzare.

Così faranno il loro decreto, lo presenteranno come risposta forte alla devianza, come segnale di fermezza, come svolta epocale. E intanto continueranno a ignorare che il divieto di vendere sigarette e coltelli ai minori esiste già da decenni. Ma la memoria istituzionale è corta, selettiva, funzionale alla narrazione del momento.

Non sono i divieti che fanno crescere un Paese. I divieti sono il linguaggio di chi non sa più immaginare. Crescono le società che investono, che educano, che includono, che rischiano sulla complessità invece di semplificarla a colpi di codice penale. Tutto il resto è scenografia: decreti come quinte teatrali, leggi come effetti speciali, sicurezza come parola magica buona per ogni stagione.

E allora sì, arriveranno anche a fare un decreto per stabilire che il sole tramonta a ovest. Non perché non lo sappiano, ma perché, nel frattempo, avranno convinto una parte del Paese che prima tramontasse a est. E che bastasse una legge per cambiare la realtà.