Che intorno al referendum costituzionale si sarebbero sprigionati veleni era ampiamente prevedibile. Il sangue ha cominciato a scorrere fin dai primi giorni, in una gara a demonizzare chi si schierava per il No o per il Sì, come se la legittimità di un’opinione dipendesse dalla sua collocazione in uno schieramento e non dalla sua tenuta argomentativa. È diventato subito difficile provare a esprimere un giudizio senza essere zittiti da qualcuno che, dall’alto delle proprie certezze, liquidava l’interlocutore come nemico, traditore, incompetente o peggio.
Era chiaro, del resto, che molte persone chiamate al voto avrebbero finito per leggere il referendum come un test di fedeltà o di rottura nei confronti del governo: un Sì come prosecuzione dell’atto di fiducia accordato nel 2022, un No come forma di dissenso, dunque come bocciatura politica dell’esecutivo Meloni. Lo sapevano tutti. E solo qualche anima candida poteva davvero pensare che si sarebbe discusso, con calma e rigore, del merito della riforma, di ciò che essa tocca realmente e di quali effetti produrrà sull’architettura costituzionale che dovremo giudicare il 22 e 23 marzo.
A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunta la decisione del TAR del Lazio, che ha respinto il ricorso presentato dai quindici giuristi promotori della raccolta firme. Una decisione arrivata, non senza una certa ironia istituzionale, proprio nel giorno in cui le oltre 550 mila firme venivano depositate in Cassazione. Non una semplice ordinanza, ma una sentenza vera e propria, che entra nel merito delle questioni sollevate e si presenta come un pronunciamento alto, tecnico, autorevole. Anche questo verdetto è destinato a finire nel tritacarne mediatico, scomposto, semplificato, usato come clava retorica: ognuno ne trarrà l’acqua per il proprio mulino, naturalmente convinto di stare dalla parte giusta della storia e del diritto.
A questo punto, una proposta minima, quasi ingenua nella sua evidenza. Mancano meno di due mesi al referendum: possiamo provare, finalmente, a raccontare con precisione quali sono le modifiche che entreranno in vigore se dovessero prevalere i Sì? Possiamo smettere di fingere che si tratti solo di un plebiscito pro o contro il governo e tornare a considerarlo per quello che è: un passaggio che riguarda l’equilibrio tra poteri, la fisionomia della giustizia, il modo in cui lo Stato decide di ridefinire se stesso?
Questo non è un voto di appartenenza. È un voto che dovrebbe misurarsi con una distinzione più sottile e più scomoda: quella tra il senso della giustizia e il punto di vista della giustizia. La riforma non migliora la giustizia in Italia, ma neppure la peggiora in modo diretto e immediato. È, piuttosto, un’operazione simbolica e politica insieme: un varco aperto nella Costituzione, una soglia oltre la quale diventa legittimo intervenire su altri articoli, su altri equilibri, su altre garanzie.
Ed è qui che il No assume un significato che va ben oltre la contingenza politica. Votare No, a questo punto, non significa semplicemente opporsi a una riforma, ma dire con chiarezza che è tempo di smetterla di attaccare la Costituzione, i suoi valori fondativi, i suoi pesi e contrappesi, la sua architettura di garanzie pensata proprio per limitare il potere, non per agevolarlo.
È questo, in fondo, il nodo vero. Non tanto il contenuto puntuale della riforma, quanto ciò che essa rende possibile dopo. Il messaggio implicito è chiaro: abbiamo forzato la porta, ora possiamo entrare. Ed è il “dopo” che dovrebbe interrogarci, molto più del “sì” o del “no”. È il dopo che dovrebbe inquietare chi ha ancora a cuore la Costituzione come patto condiviso e non come terreno di sperimentazione permanente del potere. Ed è, soprattutto, il dopo ciò che nessuno sembra avere il coraggio di dire fino in fondo.
