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Nobel

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Vincere un premio presuppone una cosa semplicissima: la scelta.
È una giuria che decide, a sua discrezione, chi merita di essere il più bravo, il migliore. Felicissimo il vincitore, un po’ meno gli altri. Il tifo si divide tra entusiasti e detrattori. È sempre stato così e, credo, sarà sempre così.

Il Premio Nobel, però, ha delle regole diverse.
Se per la medicina, la fisica e — forse — l’economia si analizzano le varie scoperte che aiutano l’umanità a crescere, per la letteratura e per la pace si guarda soprattutto alla bellezza e all’anima. Si cresce comunque, ma in modo diverso.

È da tempo che i tifosi — e io sono tra quelli — sperano che il Nobel per la Letteratura venga assegnato a Haruki Murakami.
Ma i giudici decidono, ovviamente, senza tener conto della tifoseria.

Per il Nobel per la Pace, quest’anno qualcuno sperava potesse essere assegnato a Donald Trump (guardatevi il monologo di Stefano Massini su YouTube e capirete perché pareva una missione davvero impossibile e oltremodo vergognosa), solo perché è riuscito, in qualche maniera, a ordinare il cessate il fuoco di Israele contro Gaza. La pace, ovviamente, è un’altra cosa.

I tifosi – tra i quali, per esempio, Salvini – si sono subito precipitati a criticare, dicendo che il Nobel è andato alla persona sbagliata (scoprendo poi, nel corso della giornata, che non è propriamente una “zecca comunista”) e che i giudici – parola che mette sempre in subbuglio certe persone – sarebbero stati manovrati dal governo norvegese (davvero?) o, comunque, dalla Spectre, dal KGB… insomma, le solite toghe rosse.

Senza entrare nel merito della decisione della giuria – che rispetto a prescindere – dico solo una piccola cosa: i verdetti si rispettano. Non si imbastiscono discussioni complottiste e non ci si stizzisce perché non ha vinto il proprio beniamino (nel caso del Nobel per la Pace, parteggiavo per i giornalisti uccisi a Gaza, per esempio).

Non so se María Corina Machado sia degna del Nobel per la Pace o se László Krasznahorkai lo sia per la Letteratura. Non ho scelto io e non conosco i parametri di selezione. Siamo liberi, per fortuna, di leggere o meno un libro di un premiato, e di credere che da qualche parte, sulla Terra, ci sia qualcuno più degno di portare a casa il Nobel per la Pace. Ovviamente, quel qualcuno non era Trump che – giusto per ricordarlo – ha modificato il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra, e non mi pare un buon viatico per convincere  a suo favore la giuria del Nobel che si riunisce a Oslo.
Insomma, da tifoso dico che il Nobel per la Pace avrebbero dovuto vincerlo i bambini. Tutti i bambini che camminano nelle strade delle guerre del mondo. Sarebbe stato un messaggio bellissimo.

Quanto al Premio per la Letteratura, almeno quest’anno, avrei scelto Stephen King: scrive divinamente, sa disegnare come pochi la paura e riesce a dipingere personaggi che appaiono stravaganti… un po’ come quelli che pretendono – magari buttando dollari sul tavolo – di vincere un Nobel per la Pace.

Ma questo non è un Joker.